I QUATTROCENTO COLPI di François Truffaut (1959)

, Grandi Esordi

Capostipite del cinema come lo conosciamo, I Quattrocento Colpi è il primo lungometraggio di François Truffaut, uno dei giovani turchi allievi di Bazin che fra teoria e pratica riscrissero la storia del grande schermo.

Vero e proprio manifesto della Nouvelle Vague, I Quattrocento Colpi si concentra su una storia piccola, poco appariscente e proprio per questo capace di farsi specchio della sua epoca, della sua età. Antoine Doinel (alter ego del regista per buona parte della sua carriera) è poco più di un bambino. Frustrato da una famiglia che non è capace di vederlo e anzi sembra quasi considerarlo alla stregua di un fastidio o un ostacolo, Antoine si affaccia alla vita con la franchezza e la rassegnazione di chi si sente a proprio agio solo rimanendo ai margini. Le bugie e le marachelle, inizialmente dettate dalla voglia di sovversione che lo accomuna a tanti compagni di classe, diventano lentamente una necessità, un’arma di difesa, un modo di vivere. “È evidente che ora non posso posso più tornare a casa” ripete più volte Antoine, che a dodici anni decide di passare la notte per le strade di Parigi piuttosto che affrontare la famiglia. Ma il sistema a cui si ribella non lo sopporta a lungo: scoperto dopo la fuga da casa e un tentativo di furto ai danni del patrigno verrà chiuso in riformatorio, scaricato come un peso di cui gli adulti non vogliono più avere la responsabilità.

“Fare i quattrocento colpi” in francese significa qualcosa di simile all’italiano “fare il diavolo a quattro”, ma la storia che Truffaut sceglie non è quella di un adolescente incontrollabile o maleducato: è la telecronaca 

di uno scontro fra mondi, fra chi impone un sistema a suo completo vantaggio e chi quel sistema semplicemente non lo accetta e decide di vivere nell’alternativa. La storia di Truffaut è una narrazione spietata, senza orpelli, in cui Parigi diventa un milieu vitale, insostituibile. Il regista traccia così i punti fermi della Nouvelle Vague aprendo una strada che dalla Francia si sposterà anche in Italia, segnando in modo indelebile la storia del cinema.

Un nuovo modo di raccontare, però, non passa soltanto per i contenuti. Truffaut sa piegare la cinepresa alle esigenze di uno sguardo limpido senza censure: dall’infinito piano sequenza iniziale che ci fa vivere Parigi come se ci sporgessimo dal finestrino di un’auto, a quello che accompagna Antoine nella sua fuga dal riformatorio (fuga definitiva, metafora del non poter stare, del non poter lasciarsi decidere) fino all’arrivo, stremato, al mare che non aveva mai visto prima. Un piano sequenza silenzioso nella versione originale, densissimo, scandito unicamente dai respiri del ragazzo. Un piano sequenza che nella sua semplicità sa comunicare insieme la necessità dell’andarsene e l’amarezza delle illusioni: Antoine vede il mare, è una distesa silenziosa, lui è inseguito, lontano da casa, lo riprenderanno? Sarà l’inizio di qualcosa di peggiore? Anche se non dovessero trovarlo, da chi andrà? Cosa farà? Truffaut non risponde: la pellicola si chiude con un omaggio a Monica e il desiderio di Bergman. L’inquadratura fissa sul volto di Antoine è una chiamata in causa dello spettatore, un manifesto nella sua disperazione senza retorica e senza scampo, come ogni età dell’uomo.

di Valentina Avanzini