CI VUOLE UN FISICO di Alessandro Tamburini (2018)

, Opere Prime

Presentato in anteprima al Cortinametraggio 2018, Ci vuole un fisico di Alessandro Tamburini si rifà all’omonimo cortometraggio che, proprio allo stesso festival del 2013, si era aggiudicato ben tre premi. Gli attori e la trama rimangono sostanzialmente invariati, seppur approfonditi: Alessandro (interpretato dallo stesso Tamburini) e Anna (una convincente Anna Ferraioli Ravel) si incontrano casualmente la sera in cui entrambi ricevono un due di picche ad un appuntamento.

La reciproca conoscenza permetterà ai due di riflettere sulle proprie storie e di capire che l’aspetto fisico non rende una persona migliore o peggiore di un’altra. Per raggiungere questa consapevolezza i due ragazzi si mettono letteralmente a nudo l’uno di fronte all’altra: Alessandro confessa il suo imbarazzo nell’andare al mare di giorno per via del suo peso eccessivo, e si mostra ad Anna a torso nudo. A sua volta Anna confida al ragazzo di aver perso trenta chili in tre mesi, riducendosi pelle e ossa, per poter riconquistare la sua vecchia fiamma.

In una lunga e rocambolesca nottata la capacità di aprirsi liberamente all’altro permette ai protagonisti di accettarsi per quel che sono, di piacersi e, di conseguenza, di piacere. Tra i due, prevedibilmente, scatta qualcosa, ma la formazione della coppia è solo una conseguenza degli eventi, in quanto al centro del racconto c’è sempre il singolo. Anna e Alessandro sono infatti sostanzialmente la stessa persona, due facce della stessa medaglia, ed è proprio nell’altro che si riflettono e si comprendono.

“Ci vuole un fisico” è una commedia veramente interessante, gli spunti per la risata non sono banali né volgari e inducono abilmente lo spettatore a riflettere, seppur con il sorriso, sull’immagine di sé e sulla bellezza. Fa piacere vedere un film nel quale i protagonisti non sono dei “belli impossibili” ma dei ragazzi comuni, pieni di difetti che non si vergognano di mostrare. L’opera prima di Tamburini spicca così per la sua diversità e per la capacità del regista di mettersi in gioco, di raccontare se stesso non come un eroe, senza macchia e senza paura, ma come un ragazzo insicuro, imperfetto e proprio per questo reale.

di Alice Romani