DOVE CADONO LE OMBRE di Valentina Zucco Pedicini (2017)

, Opere Prime

Anna lavora come infermiera in un istituto per anziani, una struttura che anni prima era un orfanotrofio e ospitava bambini di stirpe Jenisch. Lei era lì, era una di quelle bambine. Il suo corpo è cresciuto in quel luogo e vi è radicato tanto quanto il suo spirito, forse in attesa che il passato, quell’ombra indefinita di sé e dei suoi ricordi, possa far finalmente trapelare qualcosa di nuovo. Qualcosa che dia senso o pace ai suoi fantasmi. Questo qualcosa infatti ritorna: nuova ospite dell’istituto è Gertrud, vecchia custode dell’orfanotrofio, dai modi in apparenza affabili, che aveva per Anna una “predilezione”. Ecco che in un iniziale dualismo vittima-carnefice ribaltato, fedele alla logica del contrappasso, affiorerano man mano verità sconosciute.

Su ispirazione degli scritti della poetessa Jenisch Mariella Mehr, che lotta per la verità sul tentato sterminio del suo popolo, avvenuto tra il 1926 e il 1976, una portentosa Valentina Pedicini porta sul grande schermo la sua opera prima, muovendosi con un’abilità e un tocco proprio di un’autrice non esordiente. Dove cadono le ombre è un film sulla memoria, sulla sua contraffazione ed elaborazione.

«Si chiama fase “anabolica”» scandiva Gertrud alla piccola Anna: «cancelliamo cattive memorie per farne insinuare nuove». Da dove ripartire per ricostruire la memoria? Come perdonare se stessi senza essere in grado di spiegare il passato? Per l’appunto, dove cadono le ombre?

Non desta stupore se dietro questo piccolo capolavoro vi sia stata un’opera di ricostruzione “ex novo”, se non di “decostruzione”: la storia ha voluto che buona parte dei fascicoli annessi ai terribili piani eugenetici che, indetti dal governo elvetico e riguardanti per lo più bambini e bambine, venissero bruciati (eccezion fatta per le testimonianze letterarie della Mehr).

Non vi è nulla di più straniante della mancata appartenenza a un passato o, peggio ancora, della negazione di esso: lo è per la realtà dei fatti e per ogni singolo essere umano che ne è partecipe.

In un tremendo disegno di deumanizzazione, come quello descritto, le distorsioni emotive e le aberrazioni spazio-tempo che ne derivano si addensano: si è più ancorati a un luogo o a un istante? Si subisce più ciò che si è vissuto o dove lo si è vissuto? Compresenze psichiche che, nel loro paradosso dialettico, trovano un’intesa straordinaria nel lavoro svolto sugli ambienti scenici, magnificamente resi dalla fotografia di Vladan Radovic (plumbea e vitrea nei passaggi più dolorosi, calda e impetuosa nelle sequenze rivelatrici).

Quando si racconta una realtà manomessa o semplicemente alterata dalle interpretazioni, spesso ci si può affidare alla narrazione, delegando alle sue unicità il realismo delle emozioni. Questo è ciò che traspare da una pellicola pregevole e raffinata quanto l’impronta della sua autrice: un’opera che, parlando di memoria, riflette sul male parafrasando (forse a sua insaputa) Hannah Arendt. Che cos’è, d’altronde, il male se non un banale nome del passato? Qualcosa che, in fondo, non ha nulla di eccezionale o di eroico. Né più né meno della «vecchia signora della 231», i cui tristi racconti non vanno ascoltati più di tanto.

Degna di grande eco, infine, la performance di Federica Rosellini, premiata alle Giornate degli Autori di Venezia 74.

di Francesco Milo Cordeschi

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