Opere Prime e Fantascienza: nascere e crescere nel genere

A cinquant’anni dall’uscita in sala del capolavoro di Stanley Kubrick 2001:Odissea nello Spazio, sorge spontaneo da parte nostra tracciare un breve excursus su quelli che sono stati gli esordi registici di genere fantascientifico che, ad oggi, oltre ad essersi rivelati degli ottimi trampolini di lancio per alcuni dei più imponenti cineasti in circolazione, sollevano un interrogativo non banale per i nuovi autori e per le loro predisposizioni creative: è possibile che un genere apparentemente votato ad un notevole dispendio di risorse possa adattarsi proprio a un’opera prima? Se è vero com’è vero che, il più delle volte, quando si parte lo si fa dal basso, la fantascienza per sua natura non rischierebbe di collidere con tale disegno, depotenziando nella peggiore delle ipotesi l’immaginario di un regista emergente?

Come ci ha legittimamente ricordato il buon Steven Spielberg nel corso dell’ultima cerimonia dei David di Donatello, il tenero ricordo di un bambino con in mano la propria 8mm, propenso a realizzare piccoli film amatoriali d’avventura, è ciò che nel bene o nel male ha fatto di lui l’autore che è. Il tutto nonostante il fatto che l’opera che siglò ufficialmente il suo debutto alla regia fu il thriller Duel (1971) che, a dispetto di un budget per lo più risicato, spianò la strada a Lo Squalo (1974) e alle produzioni successive attraverso cui oggi  la cultura popolare tende a riconoscere Spielberg: Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), I predatori dell’arca perduta (1981) e E.T. (1982); film dai contenuti di gran lunga più accostabili a quel bambino sognatore poc’anzi citato.

Se però una parte di autori che incaselliamo nella fantascienza affondano le proprie radici in altri generi (oltre Spielberg, anche Robert Zemeckis e Ridley Scott), bisogna riconoscere che altri possono dirsi nati e cresciuti con essa: esempi eccelsi in questo caso sono George Lucas con L’uomo che fuggì dal futuro (1971), James Cameron con Piraña Paura (1981), George Miller con l’intramontabile Interceptor (in originale Mad Max, 1979), Luc Besson con Le Dernier Combat (1983) o David Cronenberg con Stereo (1969). Oggi, anche a fronte del grande bacino di opportunità fornito dal digitale e non solo, gli esordi alla regia di genere continuano ad essere molto frequenti (e forse più fruibili di alcuni decenni or sono).

Spesso arrivano addirittura a denotare la cifra stilistica con cui poter fin da subito identificare un autore: da annoverare il caso, a mio avviso tra i più singolari, del sudafricano Neil Blomkamp che, dopo aver esplorato il tema della segregazione razziale in chiave fantascientifica con i corti Alive in Joburg (2005) e Crossing the Line (2008), i cui protagonisti sono forme di vita extraterrestre esuli e richiedenti asilo sul pianeta Terra, nel 2009 porta in scena il suo grande esordio District 9, con cui per altro ottenne una candidatura agli Oscar per la Migliore sceneggiatura non originale. Una pellicola quest’ultima che rinnova lo spirito dei precedenti lavori sperimentali dell’autore e che, al contempo, apre le porte a progetti altrettanto ambiziosi e pertinenti alle tematiche già esplorate dal regista: si pensi alla distopia presente in Elysium (2013), dove ad essere divisa è però l’umanità stessa (la parte più povera destinata a marcire in una Terra ormai allo stremo, mentre la più ricca vive in una stazione spaziale altolocata, eletta come una sorta di nuovo Eden) o a quelle di Chappie (2015), che ripercorre le vicende di un vecchio lavoro del 2004 di Blomkamp (Tetra Vaal). Punto d’intersezione di una filmografia così intrigante sono le ultime opere targate Oats Studios, la casa di produzione inaugurata lo scorso anno dal regista e nata dalla brillante intuizione di distribuire in rete o in streaming cortometraggi per valutarne la fattibilità in lungo.

Parallelamente a quello di Blomkamp è bene ricordare un altro esempio eclatante come quello di Gareth Edwards, la cui prima fatica Monsters (2010) si può, per ovvi meriti, considerare la “gemella d’arte” di District 9 e del precedente Cloverfield (2008), pregevole opera seconda di Matt Reeves: budget molto limitati che sfidano qualsivoglia convenzione e pregiudizio, riconvertendo spesso il genere trattato. Nel caso specifico di Monsters è lecito chiedersi cosa possa aver fatto la differenza in un film che, stando a quanto riportato, vantava una troupe di sole sette persone e dei mezzi quasi deprecabili (da menzione il finestrino del furgone adibito a dolly).

La risposta è come sempre nel linguaggio, o meglio, nel sapersi presentare come autore nel modo più consono alle proprie possibilità. Come già anticipato, l’attuale era digitale, dello sviluppo grafico e tecnologico, grazie anche alla sua economicità, può giovare in parte a tutti coloro che agli esordi vogliono attingere alla fantascienza, se non ad una mera sperimentazione di genere: che ci si ritagli un’etichetta da cortista o da web promoter, come nel caso di Blomkamp, o da semplice emergente ancorato a realtà low budget, come Edwards, poco importa. La difficoltà di generi potenzialmente dispendiosi può spesso trovare una sorprendente controparte nelle illimitate – e spesso inesplorate – opportunità di farsi conoscere. Forse, oggi più che mai, l’idea di tornare a un bambino fantasioso e un po’ eccentrico, munito soltanto di una piccola camera, può rivelarsi inaspettatamente utile.      

di Francesco Milo Cordeschi

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