IL PAP’OCCHIO di Renzo Arbore (1980)

, Grandi Esordi

Il cinema è l’arte della citazione e Arbore, uomo di spettacolo al suo esordio come regista cinematografico, non poteva certo prescindere da questa caratteristica. Il Pap’occhio, infatti – scritto e diretto nel 1980 e interpretato dai volti della compagnia de L’altra domenica, fra cui un inarrivabile Benigni – è una sequenza di citazioni non solo cinematografiche ma anche artistiche, musicali e letterarie che si sviluppa in chiave demenziale, quasi a “quadri” connessi solo dal filo del soggetto originale.

Preoccupato per l’avanzare di buddisti e atei e per il declino morale riguardante soprattutto i più giovani, il Papa (Manfred Freyberger) decide di affidare ad Arbore l’oneroso compito di condurre un programma per la televisione vaticana. Si susseguono quindi carrellate di gag al limite dell’umana comprensione – in particolare nelle scene in cui la compagnia arriva a San Pietro e prendono vita improbabili provini.

La naturalezza di interpreti già allora conosciuti fa sì che, pur in assenza di una vera spina dorsale che regga la trama del film, il risultato sia comunque godibile e unico nel suo genere, tanto da diventare un cult col passare del tempo; i principali elementi d’interesse dell’opera, tuttavia, rimangono la presa diretta del suono e la natura particolare delle immagini che passano spesso da un’impostazione prettamente narrativa a una quasi documentaristica, con salti di campo, tagli netti e improvvisi e repentini cambi di ambiente. A volte la macchina da presa, specie in scene in cui la compagnia è riunita al gran completo, sembra perdersi nella piccola folla, come se fossimo noi spettatori ad assistere all’evento, da dietro le spalle di uno dei presenti. Altre sequenze, invece, si posizionano su tutt’altro confine, quello fra simbolismo e nonsense, come nel caso del San Simeone Stilita.

In questo contesto uno dei personaggi di maggior rilievo è certamente quello interpretato da Benigni che un losco cardinale Richelieu cercherà di corrompere con trenta gettoni del telefono per tradire Arbore, “Il Regista” col megafono, e che non solo ci porta con sé nel corso della storia aiutandoci ad orientarci, ma è un personaggio completo, con una sua chiara evoluzione interna.

La struttura del film, dunque, è citazionismo puro, riferito persino alla tragedia greca, l’origine dello spettacolo. Leitmotiv del film è infatti l’apparizione di un quartetto che, cantando, interviene “super partes” a commentare l’accaduto («Nuje simmu u’ coro, u’ coro du’ film»), sino alla conclusione in cui appare il Padre Eterno in persona, letteralmente e didascalicamente “Deus ex Machina” risolutivo.

Non si tratta in fondo di un capolavoro ma di certo Il Pap’occhio è un cult figlio dei suoi tempi. Addirittura censurato dalla Chiesa e poi riabilitato con un’amnistia per temuto vilipendio alla religione cattolica e alla figura del Papa stesso, il film è uscito in versione restaurata nel 1998 ma mancante di alcune scene incriminate, come i monologhi di Benigni sul Cristianesimo.

di Viola Viteritti

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