UNA CALIBRO 20 PER LO SPECIALISTA di Michael Cimino (1974)

, Grandi Esordi

In una piccola e quieta cittadina del Montana, un predicatore, nel bel mezzo della tradizionale funzione, sfugge ad un misterioso attentato. Una volta raggiunta la strada, si imbatte accidentalmente nel giovane Caribù, ladruncolo di mezza tacca anche lui in fuga. Quest’ultimo non tarda a dubitare della vera identità del prete, il quale a sua volta si presenta come “L’Artigliere”, rapinatore nonché veterano della Guerra di Corea. Alle loro calcagna hanno infatti proprio i suoi ex-complici, intenti a farsi rivelare l’ubicazione di una vecchia refurtiva.

Il bottino si nasconde però in una scuola di Warsaw che, a causa dei cambiamenti edilizi, non esiste più. Nonostante dissidi e antipatie, proveranno quindi a recuperare tutti insieme la somma perduta, escogitando un nuovo piano di rapina. Tutto sembrerà procedere al meglio, se non per un’inezia fatale… Il trentenne Michael Cimino, che di lì a cinque anni avrebbe portato a casa due statuette agli Academy per Il Cacciatore, debutta dietro la macchina da presa con un thriller d’azione dalle tinte in road movie e dai risvolti drammatici, facendo così tesoro di alcuni canoni all’epoca ben consolidati: il senso di ribellione e smodata incoscienza giovanile che conosce una volta per tutte il profano, rimanendone ammaliato, ergendolo a modello e venendone inesorabilmente annientato.

È la Gioventù bruciata degli anni 70’, che rispetto alla precedente, non vede più la condotta del singolo come unica fonte di autodistruzione, ma la trova in nuovi riferimenti, in nuovi “padri”. La totale e apolide mancanza di identità che induce ad affidarsi ad un pigmalione eversivo. Sebbene il finale sembri prefigurare un déjà vu col John Schlesinger de Un uomo da marciapiede, vi è un sorprendente rovesciamento delle parti: il rapporto tra i due protagonisti non è infatti simmetrico, come poteva accadere tra Voight e Hoffman, bensì sfasato e quasi gerarchico.

Si subisce il fascino del crimine per esserne poi succubi e vittime. A farne le maggiori spese sono la classe subalterna e soprattutto i più giovani. Con un’ottima operazione di genere, Cimino fotografa così un’America sempre più lontana dalle grandi contestazioni, dall’impegno politico e dalle “esplosioni” alla Zabriskie Point. Per il titolo italiano fu adattata una formula che faceva eco al franchise commerciale (giusto l’anno prima Eastwood vestiva i panni di Callaghan con tanto di 44 Magnum). Thunderbot and Lightfoot, suo nome originale, ottenne un posto di tutto rispetto nel mercato statunitense, arrivando ad incassare oltre 21 milioni di dollari.

di Francesco Milo Cordeschi