BABYLON SISTERS di Gigi Roccati (2017)

, Opere Prime

È possibile affrontare il tema del razzismo con leggerezza? Babylon Sisters in parte ci riesce, creando spunti interessanti. Kamla è una ragazzina indiana, che si trasferisce insieme ai genitori in un quartiere popolare e periferico di Trieste, entrando a far parte della comunità multietnica di un palazzo talmente degradato da ricordarle “un calzino bucato”.

La tregua tra le famiglie immigrate e l’ostilità razzista che le circonda inizia a compiersi sull’ouverture del Nabucco, tra i versi di Leopardi e Ungaretti, proprio grazie alla nostra giovane protagonista. Eppure in questa armonia di intrecci e rapporti personali, Roccati non individua una regia precisa.

Personaggi e situazioni vengono presentati, a volte, con dei quadri alla Wes Anderson (inquadrature fisse, scenografie simmetriche, primi piani che sembrano foto segnaletiche), altre nel linguaggio tipico dello street documentary (una macchina a mano distratta, una composizione casuale e disturbante dell’immagine).

Purtroppo questa confusione stilistica distrae dal racconto, che ha però il merito di ridicolizzare il razzismo tramite una strategia narrativa vincente, mostrando l’essere umano più che l’immigrato. Le donne di Babylon Sisters sono personaggi universali. Cinesi, croate, turche, certo. Ma sono anche una sarta, un’ex cantante e, ancora, una talentuosa ballerina indiana.

La loro quotidianità non si limita alla sopravvivenza in un paese straniero. Sognano in grande, litigano tra loro e con naturalezza fanno pace, si imbellettano per uscire in gruppo. In due o tre scene emerge perfino un’insolita sensualità femminile.

La battaglia multietnica viene mostrata senza compiacimenti, con orgoglio e dignità, come la battaglia di una qualsiasi minoranza sociale. Babylon Sisters fa in modo che siano le donne a condurre questa battaglia, in una chiave sempre divertita, anche se non troppo divertente – ed è qui che, purtroppo, l’intento comico non si compie appieno.

D’altra parte, è nel finale che il film sembra tradirsi, risolvendo le linee narrative in maniera superficiale e sciocca. Come se il lieto fine, per i personaggi che finora abbiamo preso sul serio, non potesse esser altro che la brutta copia di un balletto stile Bollywood.

di Chiara Del Zanno

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