Oscar 2018, ha ancora senso parlare di sorprese e polemiche?

Se c’è qualcosa che i Premi Oscar ci insegnano, di anno in anno, è che esiste una differenza notevole tra ciò che si spera e ciò che poi avviene. L’ultima edizione ha, però, ampliato tale assunto, dimostrando che anche ciò che è “prevedibile” può non corrispondere a ciò che poi sussegue nei fatti. Diciamoci la verità, non esisterà mai e poi mai un metro giusto e univoco per poter identificare le logiche e i criteri cui l’Academy risponde.

Quando si parla di un premio così prestigioso, è bene tener conto di istanze che spesso e volentieri vanno ben oltre ciò che a noi, nel corso dell’ultimo anno solare, può esserci piaciuto. Trattandosi, anzitutto, del riconoscimento principale di Hollywood, la Mecca del Cinema, che per un intero secolo è stata e continua tuttora ad essere l’industria più prolifica e in auge di tutte, risulta irrinunciabile doverlo contestualizzare per il suo habitat di appartenenza.

Quei 6000 e passa votanti (tra esercenti e non solo) che hanno scelto le pellicole a loro detta “migliori” devono per forza di cose tener conto non soltanto di cosa sia un film, ma anche di cosa rappresenta, di ciò che è andato ad apportare e, sì, potrebbe anche considerare i raggiungimenti ottenuti dai singoli lavori (se l’opera è arrivata a tutti e in che modalità). Se si raffronta tale quadro agli esiti di lunedì notte, troviamo delle significative conferme: la somma dei fattori sopraelencati può e, per fortuna, deve anche saperci serbare delle cosiddette “sorprese”.

Tra queste c’è sicuramente da annoverare quella dell’opera prima Get Out dell’interprete afroamericano Jordan Peele, ora votatosi alla regia indipendente. Un film non propriamente “da Oscar” per i canoni da noi approssimati in mere dispute cinefile, che però ha portato a casa la statuetta come Migliore Sceneggiatura Originale.

Un traguardo non certo banale per un horror low budget, la cui struttura narrativa è stata da molti etichettata come “basica” e, di conseguenza, non “da Academy”, ma che è riuscito ad accattivarsi buona parte del mercato casalingo ed estero con più di 250 milioni di dollari totalizzati.

Il tutto pur avendo all’interno della propria cinquina dei competitors altrettanto considerevoli: da Martin McDonagh con Tre manifesti a Ebbing, Missouri fino a Guillermo Del Toro con The Shape of Water, proprio lui, lo stesso che abbiamo visto trionfare come Miglior Film. Anche questo per molti può essersi rivelata, a suo modo, una sorpresa.

Chi fino a pochi giorni fa riteneva che, nel 2017, l’anno del #metoo e degli abusi di Weinstein, l’anzidetto Tre Manifesti a Ebbing sarebbe potuto essere il film più rappresentativo (e quindi il più premiato) è stato tremendamente disilluso. Il tutto senza omettere chi ancora auspica che nella categoria “Miglior Film”, se il nome non è solo una formalità, debba necessariamente vincere “la migliore pellicola” (concetto del tutto arbitrario).

Un errore che, almeno una volta nella vita, tutti noi abbiamo fatto e da cui, anche noi, abbiamo attinto per dar libero sfogo a futili polemiche e frustrazioni. La nuda e cruda verità è che, avendo ogni kermesse e premiazione degli statuti ben distinti, ognuna di queste avrà di conseguenza anche le sue controversie.

È pressoché impossibile accontentare tutti. L’ideale sarebbe concepire singolarmente questo premio per quello che è, lungi da ulteriori congetture e rancori. Ciò, chiaramente, non significa affatto screditare uno dei riconoscimenti più importanti del settore, da cui, se si è operatori o quanto meno appassionati, non si può prescindere, ma anzi saperne trarre ciò che può darci. Le pellicole che oggi consideriamo sopravvalutate (anche a fronte del fatto che hanno vinto un Oscar) possono essere gli Accadde una notte (1934) o i Lawrence d’Arabia (1962) di ieri, lungometraggi che magari potevano avere dei rivali più degni, ma che sono pur sempre passati alla storia.

Non mi stupirei se tra noi esistesse qualcuno che, chiusosi nel bagno di casa, abbia simulato almeno una volta nella vita una pseudo cerimonia, immaginando che il proprio shampoo fosse la statuetta più ambita del mondo. Il nostro immaginario da critici, fan, creativi (e chi più ne ha più ne metta) è stato inevitabilmente intercettato, anche solo per una volta, dal valore di questo riconoscimento.

Anche se, intendiamoci, stiamo pur sempre parlando di un valore “patinato”, “glamour” e spesso rarefatto, il quale ha più a che vedere con l’apparire che con l’essere. In un tale scenario ciò che risulta indispensabile, per la nostra incolumità spettatoriale, è preservare i nostri gusti, le nostre personali tendenze.

Potranno passare anche secoli, ma per me il 2016 rimarrà l’anno di The Lobster e, udite udite, non tanto di Moonlight (pellicola di cui non contesto alcun pregio stilistico, anzi). Tutto questo per avvalorare che tra ciò che amiamo e quel che ci riservano manifestazioni gaudenti e profondamente mediatiche spesso, ma quasi sempre, non c’è l’affinità che spereremmo. Soltanto il singolo film potrà darci, in quanto pubblico, il vero appagamento di cui abbiamo concretamente bisogno

di Francesco Milo Cordeschi

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