«In molti continueranno a chiamarci Youtubers» – Intervista a Francesco Ebbasta, regista dei The Jackal

Per il vostro debutto sul grande schermo avete scelto il genere comico/fantascientifico. Come mai questa scelta? È nata in relazione al tema che avete deciso di affrontare?

I thejackal, parlo di quelli storici, si conoscono da almeno vent’anni. I primi film visti al cinema insieme, ai tempi delle scuole medie, erano per lo più blockbuster americani di fantascienza (Independence Day su tutti). Da lì iniziammo a giocare con le telecamerine dei nostri papà. Forse aveva semplicemente senso chiudere il cerchio, per una promessa tacita che avevamo messo in piedi a 13 anni: il nostro primo film al cinema sarebbe stato un film sugli alieni (e sull’amicizia).

Quali sono stati i film che avete preso come riferimento nella realizzazione di AFMV? E, più in generale, quali sono i vostri riferimenti cinematografici da spettatori?

Personalmente, così come per tutti gli altri jackal, ho uno spettro molto ampio in questo senso. Spazio dal coreano alla commedia inglese, da Bruce Willis che si lancia dal grattacielo della Nakatomi a Delicatessen di Jeunet. Non abbiamo una formazione accademica, ma molto pratica. Mi piace pensare che questo ci renda più liberi di apprezzare qualunque tipo di genere in modo genuino. In AFMV sono presenti tantissime citazioni di famosi film di fantascienza. Lo stesso titolo, Addio Fottuti Musi Verdi, si ispira alla storica battuta di Alien: «Escono dalle fottute pareti!». ù


Spesso, l’approdo degli YouTubers nel mondo del cinema non è stato visto di buon occhio da gran parte della critica. Al contempo, c’è un forte bagaglio di pubblico affezionato da soddisfare. Quanto avete sentito il peso delle aspettative nella lavorazione della vostra opera prima?

YouTube è la prima piattaforma che ha permesso uno sharing video ben strutturato nel mondo. Il meccanismo sembra semplice: tu pensi a un contenuto, lo giri e lo condividi in modo istantaneo con tutti. All’inizio si trattava per lo più di giochini sperimentali, o filmati delle vacanze. Poi, inizi a creare format che abbiano una loro struttura e sceneggiatura interna. Negli ultimi anni abbiamo tirato fuori diversi lavori, della durata di venti minuti circa, realizzati da squadre di professionisti, che coprissero accuratamente ogni settore, dalla scrittura alla sonorizzazione. Quest’evoluzione, riassunta in modo ahimè molto grossolano, mi ricorda qualcosa. Se YouTube fosse nato nei primi del novecento, probabilmente Dziga Vertov sarebbe stato uno YouTuber. Ma siamo pazienti, e continuiamo a lavorare. 

 

Ammirevole è la resa scenica degli effetti speciali. Quanto lavoro hanno richiesto? Siete riusciti a togliervi tutti gli sfizi o c’è qualcosa che non siete riusciti a fare?

Siamo felicissimi siano riusciti, sia quelli digitali che quelli speciali! È, tra l’altro, di pochi giorni fa la notizia che gli effetti digitali di AFMV sono candidati ai David di Donatello, ne siamo molto orgogliosi. È stato un lavoro massacrante, che ha visto l’intervento tenace di tre società diverse di postproduzione. È stata anche una sfida, dato il budget da opera prima. Mi dicono che, ad oggi, sia uno dei film italiani con il più alto numero di effetti della storia del nostro cinema. E nessuno sa che in realtà ne avevamo immaginati almeno il doppio! 

 

Simone Ruzzo, che spesso, ai tempi di Gay Ingenui e Vrenzole, ha diviso la scena con Ciro, interpreta in questo caso un ruolo sì iconico, ma marginale. Straordinario comprimario si rivela, invece, Fabio Balsamo, che già aveva dato prova del suo talento comico ne Gli effetti di Gomorra sulla gente. Quando avete creato i personaggi di AFMV i ruoli si sono assegnati da sé?

Abbiamo fatto dei “regolari” provini. Eravamo consapevoli di come usciti dalla nostra community ci saremmo addentrati in un territorio inesplorato, dove l’unica cosa che contava era raccontare una storia credibile (anche a chi non ci conoscesse). Però, confesso che il personaggio di Fabio si è sempre chiamato Fabio, nonostante avessi fatto diversi provini su quella parte prima di scegliere lui.

Ci dite qualcosa anche sulla scelta di Beatrice Arnera per il ruolo di Matilda?

Beatrice è un talento incredibile, e ci è bastato conoscerla per capire che fosse la persona giusta per questo progetto. Sa giocare con i generi, sa divertirsi e sa prendersi in giro. E questa è una cosa assai rara!

Ci raccontate i retroscena del geniale cameo di Gigi D’Alessio? Come l’avete contattato? Si è dimostrato subito entusiasta all’idea di parodiare sé stesso?

Dopo avergli esposto l’idea della sua morte (spoiler??), sono seguiti una decina di secondi di silenzio in cui ci ha guardato serio, con un’espressione a metà tra “Ma davvero siete venuti da Napoli fino a casa mia per raccontarmi questa caz***a?!” e “Non è che mi state prendendo per il cu*o?!”. Poi, Gigi ha rotto il silenzio con un «E facciamolo, uajù». Un grande professionista, la vera sorpresa di questo film. 

Quanto ha contato la vostra gavetta nel mondo del web prima del debutto al cinema?

Poco, e tutto. Sono due tipi di racconto e due tipi di pubblico molto diverso. Questo ci ha permesso di portare un genere nuovo, più fresco, che si distaccasse da quelli a cui siamo abituati. Allo stesso tempo abbiamo dovuto fare i conti con sistemi diversi. È stata una grande scuola, come con tutte le cose nuove che incontri nella tua vita.

Per quanto tu sia stato già impegnato in grosse produzioni, che peso comporta la realizzazione di un’opera prima? Sei stato coinvolto, in molte parti del progetto, scrittura, regia, montaggio. Cosa ti ha dato quest’esperienza?

La verità è che, per esperienze passate, eravamo preparati al pubblico, alle difficoltà di produzione, alle nottate di montaggio e alle critiche. Quello con cui proprio non ci aspettavamo di fare i conti era la cosa più semplice di tutte: uno schermo più grande. Lo schermo del cinema riempie tutto il campo visivo, non ha bisogno di quel sovraffollamento di suoni e montaggio, che invece in supporti più piccoli eravamo abituati a ricreare per compensare una mancanza di coinvolgimento. Oltre a questo, a fine opera ho avuto modo di imparare in termini di scrittura molte cose sul racconto lungo. Ci sono robe che capisci solo a un mese dall’uscita in sala. Ma credo faccia parte del gioco. 

Guardando il tuo film e i tuoi lavori ci si accorge che il talento filmico, di certo, non manca. La m.d.p. è in continuo movimento, a sottolineare ogni svolta nella scena, coordinata con i movimenti degli attori. Lavori molto sull’immagine? Come hai costruito il tuo stile e come intendi perseguirlo? Qual è la tua poetica?

È vero, tendo a complicarmi la vita. Forse questo continuo muovermi con la mpd, questo intrecciare i dialoghi l’uno sull’altro, questo casino totale che mi piace mettere in scena, è un tentativo di evadere dal mood italiano, troppo statico e troppo affidato al campo e controcampo. E poi nasco come montatore, e questa cosa mi fregherà per sempre. 

 

Hai dichiarato di essere fan di Edgar Wright, di cui potresti essere il degno contrappunto italiano. Hai già in mente il tuo prossimo film? Commedia di genere con i The Jackal o valuti anche altro sul grande schermo? Magari fuori dal collettivo.

Anzitutto chiedo scusa a Wright! Oltre alla solita incessante produzione thejackal web, sono attualmente in scrittura di nuovi progetti lunghi, e seriali. La cosa bella di questo progetto è che ha continua fame di testarsi su forme nuove di narrazione. Credo ci sia uguale dignità per ogni tipo di racconto, che sia un video di 30 secondi, una serie orizzontale di 12 puntate, o un film di tre ore. Operazione Sanremo, la miniserie realizzata durante l’ultima edizione del festival che vedeva come protagonista Pierfrancesco Favino, è stata, ad esempio, un esperimento crossmediale innovativo in grado di unire tv e internet in un unico media. Continueremo a divertirci e a sperimentare nuove strade, nonostante in molti continueranno a chiamarci YouTubers.

a cura della redazione