HO AMICI IN PARADISO di Fabrizio Maria Cortese (2016)

, Opere Prime

Cortese partorisce l’idea di Ho amici in paradiso traendo ispirazione da un corso di recitazione al Don Guanella di Villa Aurelia Antica, in occasione del centenario dalla morte di San Luigi Guanella. Il suo protagonista è Felice Castriota (Fabrizio Ferracane), un avido ed egocentrico commercialista pugliese incriminato per riciclaggio di denaro. Castriota riesce a sfuggire al carcere, accusando il boss “’U Pacciu” (Christian Iansante), ed è costretto a un anno di servizi sociali proprio nel Don Guanella di Roma, un centro per la cura di disabilità fisiche e mentali, diretto da Don Pino (Antonio Catania).

Dopo le difficoltà iniziali, Felice riesce a integrarsi e si affeziona agli ospiti del centro. Nasce una vera amicizia con Antonio (Antonio Folletto), un emiplegico con il sogno di reinterpretare il Riccardo III, ma anche con gli infermieri (Enzo Salvi, Emanuela Garuccio) e con la psicologa (Valentina Cervi), di cui poi si innamora. Eppure ben presto dovrà fare i conti da un lato con le difficoltà legate alle disabilità di Antonio, e dall’altro con la sete di vendetta di ‘U Pacciu, una volta uscito di galera.

Il film subisce sicuramente l’influenza di due capolavori del cinema americano, Rain Man e Qualcuno volò sul nido del cuculo, ma ha una struttura e un andamento narrativo più simili a quelli di un tv-movie. La sceneggiatura, scritta da Cortese assieme a Giulia Lusetti e Stefano Piani, non si sofferma molto sui personaggi, concentrando il suo interesse sul susseguirsi degli eventi, che talvolta sembra essere un po’ frettoloso, come l’evoluzione del personaggio di Castriota.

Gli attori fanno il loro dovere. Ferracane veste meglio le parti del Felice Castriota in comunità piuttosto che quelle della sua antitesi iniziale. Degna di nota l’interpretazione di Antonio Folletto, che conferma il suo talento caratterizzando al meglio quello che è il personaggio più ricco di sfumature.

Cortese sceglie il linguaggio della commedia, mescolando i toni ironici con quelli del dramma. La narrazione è leggera e scorrevole, intervallata dai suoni della pizzica. Tuttavia, il regista non sfocia mai nella parodia e il modo in cui tratta la disabilità è sempre delicato. Scelta coraggiosa, ma anche riuscita, è quella di far interpretare il proprio ruolo ai veri ospiti del centro, che ci donano un sorriso in più e ci commuovono, dimostrandosi il vero e proprio motore di tutta la pellicola.

Attraverso la vicenda di Felice, il film ci induce a spostare lo sguardo da noi stessi e a volgerlo verso il prossimo. Don Pino, non a caso, dice all’ignaro protagonista, appena giunto in comunità: «Sii sempre gentile con i pazienti, ascoltali e abbracciali tutte le volte che te lo chiedono.»

di Antimo Campanile