SCAPPA – GET OUT di Jordan Peele (2017)

Tutto sembra procedere per il meglio per Chris e Rose: due giovani amanti di Brooklyn, lui nero, lei bianca, che si trovano ad affrontare la fase, forse, più fatidica di ogni rapporto. Avventuratisi nella campagna dell’Alabama, i due raggiungeranno la maestosa villa degli Armitage, dove Rose potrà finalmente presentare il suo compagno ai propri cari.

Ma quello che per Chris avrà tutta l’apparenza di un benvenuto cordiale e celebrativo, non tarderà a rivelare una natura ben più sinistra delle premesse. Fa di nuovo centro la Blumhouse Productions di Jason Blum, produttore resosi già noto per aver stimolato autori emergenti a realizzare film horror a budget contenuti (da Paranormal Activity all’ultimo Happy Death Day).

Il tutto senza chiaramente omettere la grande eccezione di genere Whiplash di un Damien Chazelle alla sua seconda prova registica, che nel 2014 si aggiudicò tre statuette alla notte degli Oscar.

Ora è, però, il turno dell’attore Jordan Peele, classe 1979, che per la sua opera prima, “Get – Out” sceglie il giovane interprete Daniel Kaluuya (soprattutto noto al piccolo schermo, vista la sua performance in Black Mirror) per tratteggiare un ritratto deforme e grottesco di inclusione e adattamento.

L’Indovina chi viene a cena? (1967) di Stanley Kramer è sempre più lontano e alla diffidenza per l’afroamericano emarginato si soprappone qualcosa di potenzialmente più temibile: l’istituzione di un feticcio e l’emulazione smodata. Forse, tra le più grandi aberrazioni della morale liberal nel retaggio post-Obama: la modernità fraintesa per tendenza.

Un cortocircuito culturale che non viola solo le singole agency ma che, ancor peggio, può ambire a gestirle. Il merito maggiore di Peele sta, però, nell’aver integrato il tutto in un horror senza troppe pretese: un piccolo film che riesce sapientemente a combinare gli inserti di genere (come l’elemento premonitore – il suggestivo paradosso del cervo che va a schiantarsi sull’auto per poi rinnovarsi in più forme) con una regia fresca e incalzante.

Da annoverare anche l’audacia di soluzioni stilistiche particolarmente evocative. Si pensi solo agli abbandoni di Chris al cosiddetto “Luogo sommerso”, in originale “The Sunken Place”, che ammiccano in parte all’Hitchcock di Io ti salverò -1945- e che fanno contestualmente riflettere sul potenziale orrorifico ancora poco esplorato dell’ipnoterapia.

Costato 4 milioni e mezzo e arrivato a totalizzare poco più di 250 milioni in tutto il mondo, 175 dei quali solo negli Stati Uniti, si posiziona come uno dei casi più di successo di cinema indipendente degli ultimi anni, di cui le recenti nomine a 4 Premi Oscar (tra l’altro, per le categorie più importanti: Film, Regia, Sceneggiatura originale e Attore protagonista) ne sono un’importante consacrazione.

di Francesco Milo Cordeschi