Berlinale 2018: tra Bispuri e D’Innocenzo, il cinema emergente rappresenta l’Italia

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Si avvia alla chiusura questa sessantottesima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, che ci sta finora regalando diverse sorprese sia per quanto riguarda le pellicole presentate sia per gli interessanti retroscena.

Tra questi va senza dubbio annoverato il già conclamato Premio alla Carriera conferito a Willem Dafoe, ormai quasi di casa alla kermesse europea, viste le sue precedenti presenze nelle sezioni competitive e soprattutto nella giuria internazionale del 2007. Per l’ultimissimo The Florida Project, lanciato prima alla Quinzaine di Cannes e poi rinnovato nella sezione Festa Mobile del Torino Film Festival, Dafoe è inoltre tra i candidati al Premio Oscar al Migliore attore non protagonista, un dato che corona forse uno dei momenti più lusinghieri della sua carriera da interprete.

Nell’ambito del concorso principale c’è grande soddisfazione tanto sul panorama internazionale quanto su quello nostrano: se da un lato Joaquin Phoenix offre grandi emozioni (a parer di critica più del regista Gus Van Sant) col biopic Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot, dedicato al vignettista paraplegico John Callahan, dall’altro non si può dire di meno del grande ritorno di Laura Bispuri con Figlia mia.

L’opera seconda totalmente al femminile della regista romana, che dopo il discreto successo di Vergine giurata nel 2015, torna nuovamente a competere per l’Orso d’oro come unica pellicola italiana. Un aspetto quest’ultimo che esorcizza in parte le recenti nomine ai prossimi David di Donatello, la cui assenza di autrici donne nelle categorie principali ha suscitato non poche critiche e delusioni, e soprattutto consacra sempre più l’operato della Bispuri: «Ho sempre messo il tema femminile in primo piano come scelta che risponde a un interesse personale», ha dichiarato, «ma anche come gesto politico, poiché sono stufa di vedere tanti film in cui le donne sono relegate in secondo piano, in perenne ‘attesa’ dell’uomo. Cerco di costruire personaggi femminili a tutto tondo, esplorarli nelle pieghe delle loro imperfezioni: penso che la mia strada proseguirà in questa direzione».

La strada finora tracciata da Figlia mia non può che avvalorare quanto sopra precisato. Il film si ispira a dei racconti reali di persone altrettanto reali in una Sardegna fuori dal tempo. Protagonista della vicenda è la piccola Vittoria (10 anni), divisa tra Angelica, un’outsider dedita alla vita campestre nonché sua madre biologica, e l’amorevole Tina, sua madre adottiva. Una fragile l’altra amorevole, che mireranno a contendersi l’affetto della bimba in una profonda e sentita ricerca di identità e femminilità.

Un dramma di grande spessore tematico, impreziosito dalle intriganti prove recitative delle due principali attrici, Alba Rohrwacher e Valeria Golino: «Ci siamo vicendevolmente sostenute», hanno commentato ai microfoni de Il Fatto Quotidiano, «dicendoci subito la verità, aprendoci senza scrupoli l’una all’altra, mettendoci per così dire a nudo. L’una ha reso l’altra migliore».

C’è da compiacersi anche e soprattutto sul fronte esordi: voci di corridoio vogliono che Jonas Carpignano, quest’anno in giuria per decretare assieme al regista romeno Călin Peter Netzer e alla critica israeliana Noa Regev la migliore opera prima, sia rimasto oltremodo entusiasta de La terra dell’abbastanza dei gemelli D’Innocenzo. Raccontano gli stessi autori: «Ieri abbiamo incontrato qui Carpignano e ci ha abbracciati dicendoci che abbiamo fatto un film bellissimo. Poiché lo troviamo straordinario ci ha lusingati in maniera inesprimibile!». Non certo un feedback banale per i due registi capitolini formatisi all’alberghiero e ora in lizza nella sezione Panorama con una storia di crimine e amicizia, frutto di pure esperienze e interpretazioni.

Due registi a tutto tondo, che forti di gusti cinefili ben delineati (da Lynch e Cassavetes a Castellitto e Garrone), guardano già al futuro: «Abbiamo già scritto due film, un western e una fiaba dark. Dobbiamo capire in che ordine farli». Da menzionare, infine, l’importante presenza nella competizione principale di due opere prime, The Heiresses di Marcelo Martinessi e Touch Me Not di Adina Pintilie, finanziate entrambe all’interno del programma TorinoFilmLab, che tra i tanti ha portato fortuna al già menzionato Carpignano (ricordiamo, infatti, che A Ciambra è attualmente in corsa per ben 7 David di Donatello).

di Francesco Milo Cordeschi