«Ascolto, educazione e precisione». Intervista a Paolo Civati, regista di “Castro”

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In concorso nella sezione Salto in Lungo all’ultimo Corto Dorico Film Festival, Castro è il documentario d’esordio del regista lombardo Paolo Civati. Un’intima e profonda ricostruzione dei volti e delle persone che popolano uno stabile, prossimo allo sgombero, del quartiere romano San Giovanni.

  • Qual è la genesi del film? Nasce da un intento specifico o da una circostanza accidentale?

    Il film ha avuto una genesi lunga e complessa. Il desiderio iniziale era quello di realizzare un film di finzione sull’abitare e, lavorando con Giulia Moriggi, meravigliosa sceneggiatrice, siamo arrivati alla conclusione che avremmo dovuto raccontare la nostra storia all’interno dell’occupazione di viale Castrense, il CASTRO, con cui io avevo già rapporti legati alla gestione di uno spazio prove per il teatro.La nostra storia di finzione raccontava di una famiglia borghese decaduta, che si trovava a dover  chiedere una stanza in un’occupazione. Questi Son Signori il titolo. Grazie a Tangram Film (nella persona di Carolina Levi) abbiamo girato un teaser con diversi occupanti e attori di livello, quali Vinicio Marchioni, Lidia Biondi e Paola Michelini.Sono stati quattro giorni di lavoro, pieni di preziosissima solidarietà artistica e umana, ma, una volta montato il materiale, quello che ne usciva, nonostante le generose interpretazioni degli attori, era uno strano mix in cui emergevano prepotentemente i volti e gli occhi degli occupanti.Quindi, con Giulia Moriggi abbiamo pensato di scrivere un trattamento per il cinema  del reale e di partecipare al Premio Solinas. Siamo arrivati in finale. Poi, la vita correva veloce, andava raccontata e, grazie alla passione e al supporto enorme e alla poesia visiva di Valentina Summa, direttrice della fotografia che ha partecipato a ogni fase del progetto, e a Ludovic Van Pachterbeke, abilissimo fonico di presa diretta, abbiamo girato Castro. Per un anno e mezzo. In totale, il processo artistico ha preso quattro anni delle nostre vite. Ne è valsa la pena.
  • All’inizio quanto è stato difficile addentrarsi nell’intimità quotidiana di questo “substrato”? Ti sei dato dei limiti o ti sei mosso, fin da subito, in totale naturalezza? 

    Abbiamo atteso che i rapporti e l’intimità crescessero, senza forzare le relazioni con i nostri protagonisti. Se c’erano aperture spontanee, ne approfittavamo e andavamo a indagare, per poi chiedere quello che veramente ci interessava mettere a fuoco nel film. Abbiamo scelto il Castro perché ci permetteva di lavorare in un’unità di luogo forte, in cui le relazioni tra le persone erano già piene di contrasti e contraddizioni, e ci siamo lasciati andare.

    A me piace moltissimo dirigere gli attori. In questo caso ho tenuto un basso profilo, dando indicazioni precise senza esporre in maniera dichiarata la mia strategia registica, lavorando apparentemente sul qui e ora, senza forzare. Solo dopo un anno, quando il progetto era già ampiamente avviato, ho iniziato a chiedere di più, ma anche a ricevere di più.

  • Quanto c’è della tua formazione teatrale in questa tua prima prova sul grande schermo? Sebbene sia andato a cogliere uno spaccato ben preciso e tangibile, è possibile ravvisare del teatro in Castro?Il mio percorso rispetto all’interpretazione si è costruito attraverso il confronto da attore con la grande drammaturgia, quella piccola e, alle volte, quella becera. Contemporaneamente, ho avuto la possibilità di studiare con artisti complessi e non lineari, uno su tutti Jan Fabre, e di sperimentare su me stesso come proiettare e sintetizzare un pensiero, un concetto, un sentimento e tradurlo in azione o, nel cinema, in immagine.

    I miei colleghi sono diventati anche gli attori con cui ho mosso i primi passi come regista e drammaturgo. Sono stato molto fortunato perché tra attori esiste una semantica scenica estremamente condivisa e universale, che vale per qualunque interprete, esattamente come accade per i membri di un’orchestra sinfonica. In questo senso, il teatro è il luogo dove esperire un linguaggio scenico senza la pressione del set. Poi, non sono sempre rose e fiori, ma in prova si fa e si rifà. In tal senso, il teatro dà la possibilità di raffinare la capacità di dirigere.

    Il cinema è tutto un altro viaggio. Le regole sono altre, spesso diametralmente opposte, ma con gli attori la relazione non cambia, almeno nella mia esperienza. A teatro spesso si cerca di dare vita a pezzi drammaturgici scarni, veramente liberi e passibili di interpretazioni multiple. Al cinema arrivi con una scrittura e un’idea di messa in scena precisissima, pensatissima, sia da un punto di vista estetico che di contenuto: da quella scena devi prendere quel sentimento, quell’emozione, quella tensione e hai poche ore per accumulare immagini, suoni, silenzi, volti.

    Gli sceneggiatori sono i veri artefici dell’innesco che porterà alla realizzazione del film, tutto parte dalla sceneggiatura. In teatro la scrittura scenica può anche essere dedotta dalle improvvisazioni. In Castro di teatrale c’è il fatto che abbiamo preso un anno e mezzo per girare il film e mesi per montarlo. La cosa veramente in comune nelle due esperienze artistiche è la narrazione con le sue regole, la rotta verso cui tendere sempre, anche quando sei “disperso in mezzo all’oceano”, la storia che vai a raccontare.

  • Esiste, a tuo giudizio, un modo giusto per raccontare la realtà? Per ciò che concerne la messa in scena, c’è un approccio che più di tutti sappia davvero essere autentico? 

    La realtà. Esiste un modo giusto di relazionarsi con le persone e i luoghi che vuoi raccontare. Esiste un modo che non deve portare a deformare la maniera in cui quelle persone/personaggi esprimerebbero la questione che stai mettendo sotto la tua lente di ingrandimento visiva. Tanto ascolto, educazione, delicatezza, precisione, far vivere quell’esperienza come un gioco un po’ invadente, ma pur sempre un gioco. A me interessa occuparmi del lato poetico della realtà, quindi metto in campo tutte le carte della finzione per cercare di sublimare la quotidianità. Vado al cinema perché mi piace sognare, anche quando si innesca in me un meccanismo di riflessione. Qualsiasi forma d’arte e la realtà, a mio avviso, c’entrano davvero poco. Altrimenti a cosa servirebbe l’arte, se non a metter in luce quello che non vedi?di Francesco Milo Cordeschi