Amare e desiderare il Cinema: l’ultima lezione di Guadagnino

«La luce dentro di me è morta, la mia anima giace a metà strada per l’inferno. Niente vale più la pena di vivere. Io non sono un ragazzo, io sono una macchina che non prova alcun sentimento». Questo affermava una giovanissima Tilda Swinton nel lontano 1999, benedicendo così l’esordio alla regia di un altrettanto giovane Luca Guadagnino.

Il titolo della pellicola era The Protagonists e tentava di ripercorrere il movente che indusse due giovani borghesi ad assassinare a sangue freddo un cameriere di origini indiane (fatto realmente accaduto a Cambridge nel 1994). Un film di ricostruzione, verrebbe da dire, vista la sua intrinseca predisposizione al reportage.

Eppure, fin dai primi minuti, dove affiorano le parole della Swinton, nei panni di una smunta e profondamente esterna voce narrante, il sentore che si avverte è ben altro, anzi, è tutto l’opposto di quanto ci si poteva aspettare: è infatti un’opera di decostruzione, che mira a raccontare, sì, i fatti, ma contestualmente anche a commentarli, chiamando in causa interviste, frammenti di vita reale, messe in scena e monologhi.

Richiami continui alla tradizionalità della rappresentazione, come la tragedia classica, che vanno a inserirsi nel moderno, provando appunto a spiegarlo. È forse uno dei più grandi punti di arrivo dell’arte e, nella fattispecie, del cinema: interrogarsi sulle potenzialità del mezzo, su quanto si è detto e su quanto si possa ancora dire, sfruttando il mezzo stesso.

L’arte, intesa come decodificazione di una o più realtà, che parla dell’arte. Un assunto che colsero Godard, Rossellini e Bresson e che accomunava quelli che lo stesso Guadagnino, parlando dell’ultimo Call Me by Your Name, non esita definire come “padri”: Renoir, Rivette, Rohmer e Bertolucci.

The Protagonists, quindi, fu un’opera che potremmo oggi definire di “assestamento”, precorritrice di una visione ben specifica che, negli anni, andrà sempre più a infittirsi. Guadagnino non smetterà di raccontare storie attraverso l’arte e la bellezza, ma catalizzerà il tutto nella passione e nel desiderio, due sentimenti che trovano inequivocabilmente un legame col mondo antico.

Senza dover necessariamente scomodare la parentesi per lo più commerciale di Melissa P. (2005), per quanto a suo modo si possa definire un altro interessante lavoro di assestamento in perfetta sintonia con la protagonista (una ragazza, un’adolescente in una forte fase di scoperta), si può già risalire alle dinamiche che muovevano i personaggi di Io sono l’amore (2009) e A Bigger Splash (2015): l’amore inteso come disgregatore morale e spesso fisico dove, come suggerirebbe il poeta latino Lucrezio, il desiderio incontrollato ed egoistico porta all’insoddisfazione e, peggio ancora, al dolore.

L’illusione del possesso di potersi fondere nell’altro e di poter ottenere un piacere duraturo e intenso è ben resa da una particolare sequenza del già citato A Bigger Splash: lo scambio di sguardi (tra la rockstar Marianne e l’istrionico produttore discografico Harry) simmetrico e frontale, che ammicca a Jonathan Demme, autore molto amato da Guadagnino. Una sequenza apparentemente profonda, di grande trasporto emotivo, ma che sul piano catartico non produrrà nulla di positivo tra i due, anzi.

Nel precedente Io sono l’amore, sempre proiettato in un profilo sociale ben delineato (i salottini aristocratici bon ton), questa degenerazione era già ben presente e pregiudicava i rapporti tra i personaggi, illudendoli di un appagamento interiore, per poi condurli a sciagure e sofferenze. Quelle oasi di “ozio” e stasi, dettate da privilegi e agi, venivano scosse e addirittura corrotte dal piacere. Ecco perché sarebbe piuttosto riduttivo definire Call Me by Your Name la semplice conclusione della “trilogia del desiderio”.

Sarebbe forse più adeguato parlare di “apoteosi”: la massima espressione del desiderio, la transizione da Lucrezio a Catullo, la cui terra natia, Sirmione, ospita una delle scene più allusive della pellicola (il ritrovamento archeologico delle toniche e bronzee sculture appartenenti al I secolo a.C.). È il “vivamus atque amemus”, il compimento di un sentimento puro e atavico, che genera tanto pathos e estasi quanto tormento e delusione: stati propri di momenti unici e irripetibili, come solo l’amore o il cinema sanno donare.

La straziante fissità del giovane Elio, che accompagna alcuni fra i titoli di coda più ammalianti degli ultimi anni, rompe solo parte della quarta parete, quel tanto da renderci partecipi di un dolore privato, ma al contempo di saperlo anche rispettare. Non c’è sguardo in macchina (a eccezione dell’ultimissimo secondo), c’è solo un viso, delle lacrime a rigarlo e un bagliore ardente che accarezza il suo volto, canto del cigno di un’estate ormai trascorsa.

Forse parlare di coinvolgimento è anche troppo, vista la discrezione con cui Guadagnino guida il nostro ultimo sguardo al film: c’è empatia e tenerezza. È un cinema che torna alla sua funzione primaria di partecipazione e crescita. Un cinema che ci ricorda quanto si può essere fragili, ma meravigliosamente umani.  

di Francesco Milo Cordeschi