À BOUT DE SOUFFLE di Jean-Luc Godard (1960)

, Grandi Esordi

L’opera prima di Jean-Luc Godard, un anno dopo I 400 colpi e Hiroshima mon amour, si afferma come manifesto della Nouvelle Vague e profondo segnale di rinnovamento del linguaggio cinematografico nella Francia degli anni ’60.

Un giovane Jean-Paul Belmondo impersona Michel Poiccard, banditello e ladro di macchine che, dopo aver ucciso un poliziotto, fugge a Parigi. In cerca di denaro, incontra Patricia (Jean Seberg), aspirante giornalista, e tenta di convincerla a scappare insieme a lui in Italia.

À bout de souffle si configura come sradicamento delle regole del linguaggio filmico classico, attraverso scelte stilistiche emblematiche: lo sguardo in macchina, il decentramento dell’asse campo/controcampo durante i dialoghi e un montaggio a salti che crea un effetto di straniamento. Non manca il riferimento al cinema americano, quando Belmondo/Michel imita il divo Humphrey Bogart, guardandone il manifesto per strada.

Godard, in soli sessanta giorni, costruisce un intreccio intrigante, lavorando sulle peculiarità di Michel e Patricia, soffermandosi sulla loro essenza fatta di gesti e sguardi, dando spazio alle parole nel loro libero fluire, creando un sistema di rappresentazione che alterna frammentarietà della visione e continuità del dialogo. Il film, vincitore del premio Jean Vigo nello stesso anno della sua uscita, lancia la carriera di Belmondo e della Seberg, che diverranno attori simbolo della Nouvelle Vague.

La pellicola mette in campo le innovazioni stilistiche ed estetiche che rompono la concezione precedente del rapporto tra film e spettatore: con À bout de souffle non avviene alcuna identificazione con il personaggio, poiché Godard evidenzia le capacità della macchina filmica e della finzione; dà importanza a ciò che è considerato irrilevante, al pari di Antonioni in Italia, trasformandolo in ciò che delinea realmente l’essenza del film e che ne racchiude il senso.

Un film controcorrente, un susseguirsi di piani-sequenza, di inquadrature e musiche innovative, di variazioni ritmiche che tengono alta l’attenzione di chi guarda quest’opera che, ancora oggi, è un tassello fondamentale della storia del cinema.

di Ilaria Becattini