Tra Ed Wood e Wiseau: perché parlare ancora di Trash

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«Mi dia un whiskey!». Una manciata di spiccioli andava a infrangersi sul bancone. Quella sera l’amarezza aveva preso il sopravvento. Eddie aveva provato a resisterle, ma forse non era così forte come pensava. Il mondo lo aveva appena stanato e, come ogni sognatore, non aveva retto la botta. Scolatosi il primo sorso, smarrì lo sguardo nei dintorni. Un riflesso condizionato, chiaro. Pochi lo fanno per trovar risposte.

Eppure, in quell’istante, una grande risposta si prefigurò ai suoi occhi: un labirintico alone di fumo, a pochi metri da lui, nascondeva Orson Welles. Eddie stentava a crederci, aveva indosso ancora la parrucca del primo take. Sarebbe stato un miracolo se fosse riuscito a bofonchiare qualche sillaba: «Sono un giovane cineasta, suo grande ammiratore… Volevo solo conoscerla».

La prontezza di quell’uomo era pari solo al suo garbo: «Molto piacere, Orson Welles». Eddie sorrise: «Piacere, Edward D. Wood Jr.». Due colleghi, uno giovane agli esordi, l’altro conclamato dalle luci della ribalta. Ma quella sera, ad accomunarli, c’era qualcosa: il rammarico, un inguaribile senso di frustrazione.

«Il finanziamento al mio Don Chisciotte è fallito per la terza volta», scandiva Orson: «Si tengono stretta la borsa, ma non sai mai se finanzino a parole o se hanno i soldi». Eddie era sbalordito, si sentiva a casa. D’un tratto, i problemi che lo angustiavano non erano solo i suoi: produttori che stravolgono copioni o che impongono i loro amichetti nei ruoli principali.

Una cosa era ormai assodata: il problema non era lui. «Lo sa in quale dei miei film ho avuto il controllo totale?», continuava il signor Welles: «Quarto Potere. La produzione lo avrebbe bruciato, ma nessuno è mai riuscito a toccarne un fotogramma. Ed, per difendere l’immaginativa bisogna combattere. Perché spendere la vita a realizzare i sogni di qualcun altro?». Eddie era ammaliato. Non v’era più dubbio alcuno, il film si sarebbe fatto e a modo suo.

Sono trascorsi 24 anni da quando Tim Burton col suo Ed Wood metteva in scena una delle situazioni più paradossali e antologiche della storia del Cinema: il regista più acclamato di sempre, colui che col suo esordio registico, a soli 26 anni, realizzò forse il capolavoro per antonomasia della cinematografia occidentale, che incontra l’autore peggiore, quello che ad oggi si è ritagliato una fetta di notorietà per aver fatto volare dischi volanti nitidamente sospesi a un filo (Plan 9 from Outer Space).

A loro modo, due iconoclasti, due grandi incompresi. Per scomodare un termine per lo più abusato, due visionari. E se è vero che «il visionario è l’unico realista» (Fellini), scopriamo a fondo la profondità di un simile paradosso. Ciò che impressiona è come la dicotomia tra il cinema di spessore e quello più scadente, se non propriamente “trash” o, per elogiarne i meriti latenti “so bad it’s so good”, trovi a sorpresa diverse analogie.

Ne sa qualcosa Tommy Wiseau, anche lui forte dell’amore per Quarto Potere, per il J. Lee Thompson de I cannoni di Navarone e per La carica dei 101, che agli inizi del 2000 arrivava a Los Angeles per dirigere The Room, la sua opera prima. 6 milioni di dollari (dignitosi per il mercato indipendente americano), competenze e idee ignote quanto il suo vero nome: c’è chi dice che quel “Wiseau”, registrato all’anagrafe, altro non fosse che un corrispettivo del francese “oiseau”, il quale sta per “uccello”. “The Birdman”, così lo chiamava chi lo incontrava per strada, mentre vendeva giocattoli a forma di uccello.

Un Gatsby contorto e rockettaro, amante della settima arte, che a inizio secolo realizzò un’opera sgangherata sotto tutti i profili: uno script drammatico tinteggiato di eros, che da grande avrebbe voluto fare il film, e che invece divenne ben altro, un cult. Critica e botteghino furono spietate tanto quanto i suoi biechi collaboratori, quelli che esistevano solo per “tarpargli le ali” e inibirgli l’estro creativo.

Si sa, non c’è pena peggiore per un artista del non essere compreso. Ma come insegnava Brooks a suon di Springtime for Hitler, l’arte è fatta anche di riletture. Molte sono, infatti, le opere che vengono allontanate dalla penombra del dimenticatoio, abbracciando a loro insaputa la cultura popolare. Questo è quanto accadde a The Room. Furono, infatti, le proiezioni di mezzanotte a consacrare Wiseau e l’anomalia del suo operato.

Un’anomalia che rese il film unico nel suo genere e di cui The Disaster Artist di James Franco, ora in corsa per l’Oscar alla sceneggiatura, è l’ultima importante riprova. Sorgerebbe quasi spontaneo chiedersi perché il trash è spesso tra gli oggetti prelibati di rivalutazione. Un interrogativo che lascia presupporre diverse risposte, ma di cui un singolo articolo non basterà ad appagarne nemmeno una.

Forse, però, si potrebbe partire nuovamente dal buon Ed Wood di Burton. «Ha idea di quanta arte ci voglia per fare un film?», imperversava tracotante il produttore: «La lastra tombale di cartone è caduta, questo cimitero è manifestamente finto!». «Mai nessuno se ne accorgerà», replicava Eddie tra il beffardo e il risoluto: «Il Cinema non si fonda su piccoli dettagli, è la magia dell’insieme!».

Già, chissà se il brutto, inteso per ciò che è fatto male o non ha senso, ha ben altro da offrire, oltre a tormentoni e risate sguaiate. Chissà se proprio oggi, nell’odierno scenario spettatoriale, dove all’ossessione schizoide per lo spoiler si alternano opinioni filo-puriste e in cui l’arte deve obbligatoriamente rendere conto di tutto a tutti, il trash può ancora dirci qualcosa.

Rivendicare sull’esempio, seppur discutibile, di Ed uno dei raggiungimenti embrionali del Cinema, ossia la sospensione dell’incredulità, non è certo cosa dannosa. Magari impopolare, visti i tempi, ma non dannosa. Perché, in fondo, ciò che è “brutto” può piacerci molto più di quanto possiamo immaginare. Riconoscerlo non è da tutti.

di Francesco Milo Cordeschi