Intervista a Cecilia Bozza Wolf, autrice di “Vergot”

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Al suo primo lungo-documentario la regista trentina Cecilia Bozza Wolf, laureata al DAMS di Padova, studentessa della Zelig di Bolzano, operatrice di macchina e non solo, sceglie di raffigurare un piccolo spaccato della Val di Cembra. Questo ha per protagonista un diciannovenne che, causa le restrizioni e la rigidità del padre e il bigottismo che lo attornia, vive a fatica la propria omosessualità. Un film nato dalla lavorazione di un altro, Hard Rock Mountain, dedicato alle band rock in tour per le montagne del Trentino, e che è stato da poco in concorso al Corto Dorico Film Festival 2017.

  • Questo film nasce dal semplice incontro che hai avuto con Gim o da un’esigenza specifica?

In verità, mi sono ritrovata a fare questo film mentre facevo ricerche per un altro documentario. Sono cresciuta in Trentino in un paesino simile a quello in cui è ambientata la storia. Parliamo di posti molti angusti, dove non c’è un cinema, un teatro e alcun posto di ritrovo. Eccetto il bar. Non a caso ho diversi amici che sono diventati alcolisti da giovani. Solitamente i film ambientati nelle Alpi sono per lo più narrati dal punto di vista del turista, in realtà però c’è ben altro da osservare. Si tratta di paesaggi duri e freddi tanto quanto le relazioni che si vanno a creare tra le persone.

  • Com’è stato il tuo approccio? In che maniera ti sei accostata a quel contesto e a quei personaggi?

Una delle prime cose che percepii è che, se mi fossi messa a fare delle semplici interviste, non ne sarebbe uscito niente di interessante. Ho passato molto tempo con Gim e la sua famiglia, li ho frequentati e gli ho addirittura insegnato a usare la camera. Con loro c’è stato quasi un approccio “antropologico”. Oltretutto, parliamo di un ambiente molto ristretto. Per intenderci, nel solo bar presente in paese c’era un’esclusiva presenza di uomini.

  • Quale sono state le maggiori differenze e affinità che hai riscontrato tra la realtà rurale e quella più propriamente “moderna”?

Sicuramente una grande differenza che ho constatato è lo scarto generazionale lì presente, di gran lunga più notevole del mondo che conosciamo. Per dire, i padri a livello di mentalità tendono a essere molto più nonni. Una cosa che mi colpì fu, per esempio, la storia del fratello di Gim, che fece il suo primo lavoro a ben sei anni. Difficilmente si stimolano i figli a fare ciò che a loro piace ed è quasi impossibile esporre liberamente i propri sentimenti e le proprie fragilità. Spesso i rapporti tra le persone arrivano a essere violenti, sia dal punto di vista verbale sia dal punto di vista fisico.

  • Si può dire che tu nasci da studentessa e studiosa di Cinema. Quanto la tua formazione è stata utile nella tecnica che, poi, hai affinato?

L’ambito accademico e non solo, se fatto con passione e concentrazione, può dar molto. Avere una cultura cinematografica a 360° non è da poco. Ed è utile sia per un regista di finzione sia per un documentarista. Io, per esempio, ho dedicato la mia tesi di laurea a Fellini.

  • Adesso stai lavorando a qualche altro progetto?

Ho appena scritto il soggetto per un lungometraggio, frutto di diverse storie che ho raccolto in giro, negli stessi posti raccontati in Vergot. Ho sempre avuto un grande interesse per il notevole tasso di suicidi che invade questa zona e ora sto finalmente per trarne un film. All’inizio si trattava nuovamente di un documentario, adesso però sto costruendo un soggetto di finzione, che avrà per protagonisti vere persone che ho conosciuto.

di Francesco Milo Cordeschi

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