Fra sperimentalismo e virtuosismo: Woody Allen e il suo amore per il cinema

Woody Allen è ormai uno dei registi più prolifici di Hollywood. Malgrado l’età, mantiene l’invidiabile ritmo di un film all’anno, che si riconosce per inconfondibili “marchi di fabbrica”, come le battute sagaci, l’intramontabile ironia, l’eccezionale cura dei dettagli, la musica d’atmosfera.

E anche questo dicembre Allen ha incantato il pubblico con La ruota delle meraviglie (Wonder Wheel), che ha già riscosso un enorme successo di critica e pubblico (651.151 euro di incassi in Italia nel fine settimana di uscita).

Pochi sanno, però,  che la sua opera prima è un ardito esperimento cinematografico: Che fai, rubi? (What’s Up, Tiger Lily? il titolo originale) è, infatti, un film di spionaggio del 1966 per la regia di Senkichi Taniguchi da lui manipolato attraverso il montaggio, il doppiaggio e l’introduzione di alcuni divertenti intermezzi, dove Allen compare in qualità di attore. Il risultato? Due bande rivali che si contendono la ricetta di un’insalata.

Questo prodotto brillante e ironico denota fin dall’inizio il coraggio di un regista eclettico, capace di mettersi in gioco e, soprattutto, divertirsi e prendersi in giro, mettendo in risalto le sue fobie e psicosi. La sua produzione presenta un campionario estremamente variegato: si succedono film di ogni genere, dalla commedia al dramma, come nel caso della sua ultima fatica.

Wonder Wheel, infatti, si distanzia nettamente dalla produzione comica del regista, presentando agli occhi dello spettatore uno squallido dramma familiare, la cui prosaica realtà fa da contrasto all’artificiosità dello sfavillio del Luna Park di Coney Island. Alcuni aspetti della sua regia rimangono immutati e testimoniano la coerenza della sua produzione, fin dalla sua opera prima. Sopra a tutti, l’amore per il cinema.

 

Se in What’s Up, Tiger Lily? risulta evidente nel gioco dissacratorio in cui si diverte a “tagliuzzare e cucire” un prodotto preesistente,  nel suo ultimo film emerge  dalle atmosfere da film “vecchia Hollywood” (piuttosto esplicito l’omaggio a Viale del tramonto di Wilder) e dall’attenzione dedicata alle luci e ai colori, che rispecchiano lo stato d’animo dei personaggi, marionette dominate dalle emozioni e immerse in un finto mondo da favola.  

 

Non fatevi, quindi, ingannare dall’atmosfera ovattata e dai colori pastello: dietro questa facciata brillante si celano le più profonde spaccature dell’animo umano,  le estreme conseguenze della frustrazione, magistralmente espresse da Kate Winslet in una delle sue migliori performance.

La sua rivoluzionaria opera prima portava Allen alla ribalta come un eccezionale regista esordiente, che per anni avrebbe incantato il pubblico con la sua brillante ironia, ma il suo ultimo film lo conferma come un autore con ancora tanto da regalare.

di Giulia Losi