SATURDAY CHURCH di Damon Cardasis (2017)

Ulysses è un quattordicenne afro-americano, costretto a una vita che non sente sua. Da poco orfano di padre, in casa ritrova sua zia Rose, rigida integralista religiosa, destinata a badare a lui e al fratellino, mentre la madre svolge più lavori.

Per il ragazzino, col passare del tempo, diventa sempre più difficile nascondere il suo desiderio di indossare vestiti femminili, calze sotto i jeans attillati e i tacchi rossi della mamma. In un clima familiare e scolastico duro e ostile, trova riparo nella Saturday Church.

Questo luogo è considerato una casa, un posto sicuro, dalla comunità gay e transgender della cittadina. Attraverso il canto, il ballo e l’incontro con nuovi amici, Ulysses cercherà la sua dimensione. Troverà l’amore, dove altri non vorrebbero fosse, e troverà sé stesso, dove lo avevano rinchiuso, al buio e in silenzio.

Saturday Church vanta una fotografia bellissima e pulita, che ben si sposa alla regia intrigante di Cardasis. Piani sequenza lunghi e rapide successioni di immagini sono gli strumenti più evidenti per guidare le emozioni del pubblico.

Ricorrente è la presenza di fiori, prima germogli, poi appassiti e infine sbocciati. Petali cadono dal cielo come una pioggia di emozioni, mentre le introspettive e originali canzoni accompagnano la scena.

Eppure qualcosa a livello di sceneggiatura scricchiola. Temi non nuovi, personaggi piatti e grigi e un risvolto finale prevedibile e poco sentito stonano nell’insieme di una cornice molto appariscente. La tela, all’interno, è un mix di riferimenti, copie poco originali. Sembra richiamare, tanto per citarne un paio, La La Land ai tempi di Moonlight.

Le canzoni sono un evidente veicolo d’espressione di forti emozioni. A volte per fuggire, altre volte per celebrare e altre ancora per esorcizzare. L’idea è quella di un musical, contornato di lustrini, borchie su vertiginosi tacchi a spillo e voguing. Il risultato è uno show che attraversa e abbraccia comunità diverse, sorprendentemente ancora costrette a cercare una patria.

Ulysses, come il mitologico personaggio di Omero, compie la sua Odissea interiore. Intima, sofferta. Eppure ciò non risalta abbastanza e l’epilogo è prevedibile: tornerà nella sua, di Itaca.

di Sofia Peroni