Corto Dorico 2017: sesta giornata all’insegna del fermento creativo

Torna di nuovo a regalare sorprese questa XIV edizione del Corto Dorico Film Festival, che nello spirito delle precedenti giornate è tornato anche ieri a gettar luce sul nuovo immaginario e sull’intrigante dicotomia cultura-controcultura.

Si è partiti subito con Il vangelo secondo Mattei (2016), l’opera prima del duo Antonio Andrisani e Pascal Zullino, che dopo Vergot di Cecilia Bozza Wolf, è andato a colorare la nuovissima sezione competitiva Salto in Lungo, dedicata agli esordi registici privi di distribuzione.

Minimo comun denominatore di questi ultimi appuntamenti, votati alla riscoperta del cosiddetto “underground”, è il rapporto tra ribellione e fermento creativo. Una cifra trattata nelle sue forme espressive più singolari: dall’hip hop al graffitismo. Ad animare il palcoscenico e il grande schermo sono stati, infatti, finora i protagonisti del primo genere sopracitato, primo fra tutti Simone Eleuteri, in arte Danno, leader dei Colle der Fomento.

Quest’ultimo si è visto, prima, tra i principali testimonial dell’ultimo documentario di Haider Rashid, Street Opera (2015), che traccia un persuasivo excursus sul mondo del rap nelle sue più varie sfaccettature, per poi introdurre la sua primissima fatica nei panni di regista, Digging New York (2015).

Un altro documentario, ma dall’impronta notevolmente più intima e personale. Attraverso un viaggio nei meandri più nascosti della Grande Mela, Danno racconta a modo suo la genealogia dell’hip hop, interagendo direttamente con le “vecchie glorie” che resero celebre quello stile di vita, nel tentativo anche di scovarne le realtà e i loro più piccoli frammenti.

Scopo di una cultura nata per lo più nel “ghetto” è quello di veicolare un messaggio che possa arrivare alle persone, coinvolgendole direttamente nella performance e nella resa stessa del prodotto artistico. «Uno scopo politico», come suggerito da Elio Germano nel suddetto Street Opera a firma di Rashid: «Non partitico, ma politico. È diverso!».

Lo si è visto in musica nello stile MC e nel freestyle e lo si può riscontrare anche nella street art. Ne sa indubbiamente qualcosa Bansky, le cui folli e istrioniche imprese sono argomento del film Bansky Does New York (2014), diretto da Chris Mourkabel alla sua opera seconda, che ieri pomeriggio ha ammaliato la Sala della Comunità.

La pellicola ripercorre quanto accaduto nell’ottobre di quell’anno, in cui il writer britannico disseminò, giorno dopo giorno, la Grande Mela di opere e installazioni. Un atto di pura genialità, che suscitò enfasi e scalpore, dividendo parte del pubblico e provocando un dibattito critico senza eguali.

Il documentario ne monitora gradualmente ogni sviluppo attraverso testimonianze dei fan, riprese amatoriali e materiali multimediali di ogni stampo (dalle tavole rotonde televisive, passando per i social media, dove Bansky divulgava indizi sul proprio operato, agli incontri ravvicinati). Il tutto con uno stile dinamico e incalzante, che rende in parte onore all’estro dell’artista e all’effetto riscosso dal suo stesso lavoro: dividere e stupire.

«Ha provato ciò che un newyorkese cerca da sempre» recita uno degli interventi: «Una rissa in mezzo alla strada». Un vero e autentico scossone, che colpì una città forse allora troppo quieta, vista la sua natura. Mai quieta come Grottaglie, paesino del sud Italia, che per anni ha ospitato uno dei festival più scanzonati e politicamente scorretti della nostra penisola.

Questo è oggetto del documentario Fame (2017) con la doppia firma registica di Giacomo Abbruzzese e Angelo Milano, che ha chiuso le proiezioni di ieri. «Questo paese ci fece un grande dono: la noia» spiega Milano nell’incipit stesso del film. «Fossi nato da un’altra parte, non sarebbe stata la stessa cosa».

Un report frenetico, irriverente e pop sulle altresì folli imprese di chi è riuscito a portare artisti da tutto il mondo in un contesto per lo più monotono e angusto, che vantava tra i principali punti d’attrazione le gaffe di un’amministrazione distratta e incurante: Blu, JR, Conor Harrington, Os Gemeos, Momo, Swoon, Vhils e tante altre personalità, destinate a ritagliarsi un loro spazio nel panorama dell’arte contemporanea.

«L’idea era quella di costruire un rapporto al presente per far fare allo spettatore un vero e autentico viaggio» ha commentato Abbruzzese nel corso del successivo dibattito: «Fare questo film aveva senso perché quel festival era finito. Senza quell’aspetto, non sarebbe stata la stessa cosa. Angelo, pur non essendo di per sé un artista, aveva fatto un gesto interessantissimo, aveva creato una dimensione quasi “mitologica” su una manifestazione locale, coinvolgendo persone da tutto il mondo.

Per prima cosa ci mettemmo a lavoro sul materiale d’archivio. Ovviamente lui voleva essere esplicativo e molto più esaustivo sul perché quel festival fosse stato interrotto, ma certe cose, secondo me, non andavano spiegate così tanto. Se ancora oggi ci ricordiamo della morte di James Dean, è perché se n’è andato in un momento ben preciso. Angelo si fidava di me, del mio punto di vista esterno e anche di quello dell’ipotetico spettatore, che magari non conosce a fondo la street art.

La cosa divertente è che io e lui ci conoscemmo cinque anni fa. Rimase colpito da Fireworks (2011), uno dei miei primi lavori, e mi chiese subito di collaborare. Dopo essere diventati amici, mi confidò di questo materiale che custodiva da anni e, vedendolo, ho capito che ci si poteva davvero fare un film. Mi ha colpito sia il personaggio di Angelo sia la situazione in sé che ci apprestavamo a raccontare. Era un contesto in cui la mera questione del graffito sul muro si era talmente sdoganata che gli stessi grottagliesi reagivano in maniera acritica al tutto».

In perfetta sintonia con le serate finora susseguitesi, è stata ancora un volta la musica ad accompagnare la chiusura del giorno con la performance a più voci dei Banana Spliff in compagnia di Dj Set Drugo.

Vi rinnoviamo l’appuntamento agli eventi successivi della kermesse, visibili anche dal portale ufficiale www.cortodorico.it

di Francesco Milo Cordeschi