Corto Dorico 2017: quinta giornata tra controcultura e nuovi sguardi

Si è chiusa ieri la quinta giornata del Corto Dorico Film Festival, kermesse anconetana giunta quest’anno alla sua quattordicesima folgorante edizione. In passato, il Corto Dorico ha aperto le porte a tanti degli attuali protagonisti della settima arte, divenuti competitivi anche e soprattutto sul panorama internazionale: da Laura Bispuri, passando per Gabriele Mainetti, per arrivare a Simone Massi e al duo Antonio Piazza e Fabio Grassadonia.

Come da repertorio, anche in questi giorni il festival si sta proponendo di formare e informare sul cinema, corroborando il tutto con interessantissime opportunità per gli autori di domani. A tal proposito, è irrinunciabile menzionare la grande novità dell’edizione: l’inaugurazione della sezione competitiva Salto in Lungo, intrigante vetrina delle opere prime di lungometraggio, che con ben cinque pellicole in concorso mette ora in palio il Premio Ucca Giovani.

Conferito da una giuria di cento studenti delle scuole superiori di Ancona, questo premio sosterrà parte della distribuzione nazionale del film vincitore, integrando al riconoscimento in denaro una rete di sale per agevolarne la fruizione. Dopo Castro di Paolo Civati, Al di là dell’uno di Anna Marziano e Controfigura di Rä Martino, ieri è stato il turno della giovane Cecilia Bozza Wolf con Vergot, una storia che cerca di sviscerare, con un taglio intimista e documentaristico, il retroscena di una famiglia contadina della Val di Cambra.

Perno della narrazione è Gim, diciannovenne che vive la propria omosessualità tra l’astio di un padre rigidamente ancorato alle tradizioni e la diffidenza di un ambiente per lo più refrattario. Un ambiente che, oltre al folklore e al paesaggio dai tratti quasi fiabeschi, ha molto altro da far vedere. Con quest’opera la Wolf delinea un piccolo compendio sull’incomunicabilità, una cifra che accomuna buona parte delle famiglie italiane, che va però qui a contestualizzarsi nel gap che divide il mondo rurale da quello più propriamente moderno.

Sulla scia di uno dei maggiori punti di interesse del festival (gettar luce e dar voce alle realtà “ai margini”, quelle bistrattate e meno conosciute), la Sala delle Comunità ha ospitato ieri una seconda serata incentrata sulla cultura che, forse più delle altre, ha saputo meglio raccontare e incarnare la ribellione degli ultimi, lo spirito solidale che connette le periferie del mondo e non solo: l’hip hop.

Si è partiti, infatti, dal documentario Street Opera (2015), quarta fatica di Haider Rashid, che dopo Tangled Up in Blue (2009), Silence: All Roads Lead to Music (2011), Sta per piovere (2013) e diversi cortometraggi, torna ancora una volta a parlare del valore della musica, interagendo con alcuni dei principali player del genere trattato: Elio Germano, interprete e membro del gruppo Bestierare, oltre che ospite d’eccezione del primo giorno di Corto Dorico, Clementino, Tormento, Gué Pequeno e, non ultimo, Simone Eleuteri aka Danno dei Colle der Fomento.

Un vero e autentico excursus sul rap nelle sue più ampie diversificazioni: dall’MC ai virtuosismi del freestyle. Il già citato Eleuteri si è reso, inoltre, protagonista dell’appuntamento conclusivo della serata, che ha accompagnato la proiezione del suo film, nonché sua opera prima, Digging New York (2015). Un suggestivo viaggio alla scoperta e alla riscoperta della vera Hip Hop Music, quella nata nei sobborghi della Grande Mela che, col tempo, si è sempre più aperta a nuove sfaccettature, spesso arrivando a stravolgerne l’essenza.

In compagnia di Daniele Guardia e non solo, il rapper romano ripercorre in una lunga scarpinata newyorkese le radici di un genere e di una cultura ancora viva e fremente. Un’esplorazione fisica ed emotiva che ha tanto da dire e poco da dimostrare: «La cosiddetta “doppia H” l’abbiamo conosciuta attraverso il rap americano» ha commentato Eleuteri stesso nel successivo dibattito: «Vengo da quel percorso, ho passato anni della mia vita a sentirmi parte di questo genere, pur sapendo che fosse a me lontano, visto che era nato nel Bronx.

Avendo una forte passione per l’hip hop americano, mi sono chiesto: perché non andare a vedere come stanno davvero le cose? Mi sono posto il dubbio che tutto ciò che sapevo lo dovevo soltanto ai dischi e alle riviste. Non avevo mai visto o sentito dal vivo cosa fosse davvero. Domande come: “Ma sarà vero che a New York ci sono ragazzi che fanno freestyle all’angolo della strada?” Sono andato lì per cercare tracce di quello che conoscevo in parte. È diventata una vera esigenza. Volevo vedere personalmente le “vecchie glorie” di quel genere.

Passando in quelle realtà, abbiamo anche scoperto che molti non se la passano bene, ma allo stesso tempo non se ne fanno un gran problema. Quasi tutti fanno rap perché gli va di farlo, poi se riescono a trasformarlo in lavoro meglio. Ma di sicuro non si fermano lì. Quello che ho visto sono delle comunità che danno al quartiere quello che il quartiere gli ha dato. Un senso di comunità e appartenenza che è forte anche negli artisti: dalle feste in strada alla produzione dei singoli dischi».

Alla domanda «Ad oggi vedi controcultura nel rap?» ha poi replicato: «Il fatto è che l’hip hop non è più una controcultura, ma è diventata nel bene e nel male cultura a tutti gli effetti. Da Hip Hop a Pop vero e proprio. Quanto diventi un fenomeno mondiale, difficilmente sei ancora associato a un concetto di ribellione». Dopo averlo visto nell’inusuale veste di regista, a fine serata, Danno si è poi improvvisato dj setter, accompagnando a colpi di scratch la chiusura. Si apre con oggi nel migliore dei propositi la sesta, nonché terzultima, serata di un Corto Dorico quanto mai inedito e accattivante.

Per ulteriori informazioni sul programma e sugli incontri, vi invitiamo a consultare il sito ufficiale della manifestazione: www.cortodorico.it

di Francesco Milo Cordeschi

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