TESNOTA di Kantemir Balagov (2017)

Presentato al Festival di Cannes, nel giro di breve tempo era diventato una delle sorprese più gradite in una selezione alquanto fiacca. A Torino, invece, è stato il caso cinematografico dell’edizione numero 35 del Film Festival, riuscendo a riempire la sala anche il lunedì mattina alle nove, cosa mai accaduta nella storia del Festival.

Il film in questione è Tesnota, splendida opera prima del ventiseienne regista russo Kantemir Balagov, allievo del maestro del cinema russo contemporaneo, Aleksandr Sokurov. Il film di Balagov è ambientato nella Russia dei tumulti di fine ventesimo secolo, nella quale seguiamo le vicende di Ilana, una sgraziata e verace ragazza che lavora con il padre in una rimessa per auto.

Ilana, a differenza del fratello, non ha alcun tipo di interesse a impegnarsi in una relazione e passa le sue giornate tra gli attrezzi dell’officina e i furtivi incontri con Nazim, un benzinaio del luogo. La sera dei festeggiamenti per il fidanzamento del fratello, quest’ultimo verrà rapito.

Non affidandosi alle autorità per ritrovarlo, la famiglia elabora dei modi per recuperare il denaro del riscatto, nella disapprovazione di Ilana, che crede che il prezzo da pagare per loro sia troppo alto.

All’esordio alla regia, Balagov confeziona un film di raro rigore formale e intensità narrativa. Nonostante la sua provenienza dalla scuola di Sokurov, riesce a distaccarsi dalla poetica e dalle forme del maestro russo. Non ci potrebbe essere, infatti, nulla di più lontano dalle forme di messa in scena di Sokurov: la macchina da presa è ferma, più intenta a fissare degli istanti che a muoversi nello spazio.

Con il formato di ripresa utilizzato (1:33) la regia del giovane russo magnifica le espressioni e i volti degli attori, in una composizione dell’immagine che esalta i movimenti attoriali rispetto a quelli della macchina da presa. Sempre riguardo all’immagine, è da notare come tutti questi elementi costruiscano diversi gradi di significazione, creando una densità narrativa rara.

La fotografia impeccabile utilizza il colore per comunicare la sensazione propria alla sequenza, con un rosso più volto all’interiorità di Ilana e un blu, invece, per la coercizione e la violenza, sia fisica che morale, la quale ricorda molto l’uso dei colori di Kieślowski nella trilogia Trois couleurs.

Un’opera prima che, nonostante narri un fatto di cronaca di più di vent’anni fa, è di un’attualità disarmante. Il collocamento temporale è utilizzato da Balagov come una critica alla società russa contemporanea, non distante da quella del 1997: la Russia è in mano a uno Zar, le differenze etniche sono percepite ancora come divisive e i fondamentalismi religiosi portano a guerre civili violente.

In questo contesto, alla fine, Ilana dovrà soccombere alle leggi non scritte della società e della famiglia, andando a vestire panni non suoi.

di Alessandro Del Re

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