PIÙ BUIO DI MEZZANOTTE di Sebastiano Riso (2014)

, Opere Prime

Sebastiano Riso, per la prima volta alla regia cinematografica, racconta una piccola parentesi di vita siciliana in un intreccio di rapporti ed emozioni. In una Catania omertosa e retrograda, Davide Capone affronta un’infanzia difficile e incompresa, prima di vestire i panni della drag queen “Fuxia”.

Il film, già dal titolo, Più buio di mezzanotte,  ci rende consapevoli che ciò che stiamo per guardare è un qualcosa di molto duro e tetro, che poco ha a che fare con la notte. Ciò che, infatti, la pellicola racconta sono le conseguenze emotive dell’incomprensione e della repressione di un genitore, che non vuole accettare l’orientamento sessuale del proprio figlio.

Il “buio” del titolo rimanda al vuoto interiore, alla paura del protagonista e alle disavventure che è costretto a fronteggiare. Il piccolo Davide, infatti, rifiutato dal padre, si rifugia in soffitta assieme al suo vero io, pensando di riuscire a nascondere, o quantomeno rendere meno evidente, ciò che realmente è.

Il racconto freddo, distaccato e senza filtri di Sebastiano Riso, aiutato dalla realistica fotografia “di strada” di Piero Basso, ci sbatte in faccia una realtà sconcertante, quasi terrificante. Più buio di mezzanotte ci mostra i sacrifici e le pene di un ragazzino intrappolato nei propri sentimenti.

Se da una parte Davide può contare, più o meno, sulla madre, dall’altra si ritroverà confinato in uno sterile rapporto di mera convivenza col padre, che altro non farà se non cercare di cancellare dalla testa (e dal cuore) del proprio figlio quello che, a parer suo, è sbagliato.

L’apparente mancato amore del genitore e il rifiuto del suo essere costringeranno il ragazzo a uscire dalla soffitta, ascoltando se stesso e accettando come normalità il mondo delle perversioni e delle deviazioni sessuali di strada.

La piccola comunità di Villa Bellini, che pare inizialmente descritta come luogo di oscenità, diventerà per Davide la famiglia che non è mai riuscito ad avere. Il ragazzo comincerà a condividere la vita con chi, come lui, si è trovato respinto dai propri genitori, capendo e comprendendo le esigenze di ognuno.

La scelta del ragazzo, sul finale del film, ci rimanda con la mente alla corsa iniziale in galleria, quando Davide, scappando senza sosta da una realtà che non gli piaceva, si ritrovava a correre da solo nell’assordante rumore di una città notturna, che fingeva di non vedere.

Il degrado urbano ripreso nel film pone, in effetti, l’accento sulla dolorosa realtà nella quale i gay e i transessuali di Catania sono costretti a vivere. Riso, col suo tocco quasi documentaristico, affresca così, in modo perfetto, una verità che ancor oggi contraddistingue il nostro Paese, tuttora afflitto da bigottismo e intollerante stupidità.

di Matteo Memè