PARIGI PUÒ ATTENDERE di Eleanor Coppola (2016)

Parigi può attendere è l’opera prima di Eleanor Coppola, moglie del ben noto Francis, uscita nel 2016, esattamente 25 anni dopo il documentario Viaggio all’inferno (1991), che ritraeva l’avventura produttiva di Apocalypse Now. Questa volta la regista sceglie di raccontarci un’avventura diversa e lo fa adottando i toni della commedia romantica e del road movie.

Anne, una sempre bella Diane Lane, è una donna americana di mezza età, moglie insoddisfatta di Micheal, un indaffarato produttore cinematografico interpretato da Alec Baldwin. La protagonista si trova ad affrontare un viaggio in auto da Cannes a Parigi con Jacques, Arnaud Viard, socio in affari del marito.

Il viaggio, che dovrebbe durare sette ore, si protrae invece per due giorni. Anne e Jacques hanno così la possibilità di visitare posti, mangiare cibi, passare del tempo insieme e innamorarsi. Il viaggio, quindi, sarà per Anne occasione di riflessione sulla propria vita e sulla propria famiglia, ma anche sui propri desideri e sulle proprie delusioni.

I personaggi sono ben definiti sin dalle prime scene. In quella iniziale, possiamo già intuire la difficoltà relazionale che intercorre tra Anne, che ci viene presentata come una curiosa turista, e suo marito, perennemente attaccato al cellulare e preso dai suoi impegni lavorativi. Nella seconda scena compare Jacques, esatto opposto di Michael, gentile, seducente e soprattutto disponibile nei confronti di Anne, tanto da offrirle un passaggio per Parigi, quando lei, a causa di un forte mal d’orecchi, è impossibilitata a prendere un volo per Budapest con il marito.

La regia della signora Coppola, mai leziosa, segue i due personaggi nel loro viaggio, con uno sguardo gentile e delicato. La camera non ha bisogno di manifestare la sua presenza, così come la recitazione degli attori, ottima e mai sopra le righe, tende ad essere il più naturale possibile.

Anche la fotografia, dai contrasti poco accentuati e dai toni morbidi, e la colonna sonora, composta essenzialmente da composizioni in piano jazz, aiutano il film a perseguire un’atmosfera che oserei definire cortese e aggraziata.

Forse sono un po’ ridondanti le occasioni d’assaggi culinari, emerge qualche cliché sulla Francia e sull’Europa e alcune svolte drammatiche risultano poco credibili o sorrette da motivazioni poco forti. Non sono questi, però, gli aspetti che mi fanno tentennare sul film, piuttosto una certa volontà dell’autrice nel non andare troppo a fondo nel conflitto.

È facile, infatti, per noi spettatori cogliere i dissidi che prova Anne, ma allo stesso tempo ci aspettiamo sempre di entrare in empatia con lei, provare qualcosa in più ed è come se fossimo continuamente estromessi, tagliati fuori. Anne risulta un personaggio impenetrabile, che si affida al viaggio, si lascia affascinare da Jacques, incantare anche, ma non riusciamo mai a comprendere fino in fondo quali siano i suoi reali desideri e per quali di questi sia disposta a combattere.

Ed ecco forse perché Anne non sceglie di combattere, ma semplicemente di vivere la vita che le passa davanti, come il paesaggio della Francia, come un bigliettino tra le mani, una foto scattata, un messaggio di sua figlia, un cioccolatino che mangia alla fine del film e poi guarda noi spettatori e ci sorride, come ogni donna sa fare, in un modo incomprensibile.

di Antimo Campanile