ERA GIOVANE E AVEVA GLI OCCHI CHIARI di Giovanni Mazzitelli (2016)

, Opere Prime

L’opera prima di Giovanni Mazzitelli pone sul piatto la vita sentimentale e umorale di X, giovane regista e sceneggiatore alla ricerca del senso della vita. X (Mario di Fonzo) scivola fra le situazioni come un liquido: la solitudine, un turbinare di donne, l’affetto per la nonna, il caso, la fatalità e la giovinezza oramai perduta. Incarnata da Alice, fantasma di una ragazza salvata dall’annegamento e mai più rivista: l’amore e la vita come avrebbero dovuto essere.

Elemento imperante nel film è la narrazione per quadri. X, che racconta in prima persona, è il minimo comun denominatore delle varie sequenze, che potrebbero essere in qualsiasi altro ordine. Il risultato non cambierebbe. I personaggi appaiono e scompaiono dentro una sceneggiatura-muro: le donne, in particolare, sono fisionomie oltre le quali non si può andare.

Ogni personaggio viene lasciato a dipanare un proprio filo, ma l’avanzare della trama non fa altro che infittire la matassa. Certo, si tratta dell’incapacità di X di approfondire le relazioni in cui si imbatte. Quel che, però, se ne ricava è un insieme di apparizioni con cui non risulta possibile entrare in sintonia. E come potremmo? Non sappiamo chi abbiamo davanti. I personaggi parlano, ma non dicono niente di sé, come se già fosse tutto evidente. Il film proferisce, invece di mostrare.

Alessandra, spirito guida che dà avvio alla storia, è il maggiore dei misteri: un carattere monocromatico, con una missione, ma non uno scopo. Sotto quanti strati dobbiamo scrutare, per allinearci con lei? Ne ricaviamo un personaggio femminile che non è convincente perché fine a se stesso: il classico caso di donna che non deve chiedere, con al fianco un uomo confuso che non pensa neppure di dirle di no.

Ma è solo uno dei leitmotiv della storia: sullo sfondo, l’identità della succitata Alice. Di lei vorremmo davvero sapere di più, di quell’amore impossibile che incarna e cui ci aggrappiamo per mantenere una linea narrativa. Ma dove sta la ricerca? Non c’è un reale conflitto interiore.

X si lascia vivere, infelice, beandosi delle proprie elucubrazioni filosofiche. L’amico alieno è una trovata che funziona. Peccato si riduca a pochi quadri, poche sequenze, e non sfrutti il potenziale che invece prometteva.

L’ambiente è un’incognita: siamo a Roma, siamo a Napoli. I veri luoghi cui aggrapparsi sono i volti dei personaggi, le loro fisionomie, pensieri e voci. Il loro senso del tempo in questa vita. Tempo dilatato, incerto, dubbioso, in relazione allo stato di sospensione di X.

Interessante il rapporto fra tecnica e racconto: lunghe inquadrature statiche. Un abbondante uso del rendering le avvicina ai filtri di Instagram. Ecco, allora, che lo sguardo perso di X acquista un senso: un vagare senza meta tipico delle giovani generazioni, con tante idee molto confuse fra loro.

 

di Viola Viteritti