FEMMINE IN GABBIA di Jonathan Demme (1974)

, Grandi Esordi

Jonathan Demme esordisce nel 1974 con un film crocevia di generi. Si tratta di uno di quei casi in cui il lavoro del regista si rimette totalmente alle direttive del produt

Femmine in Gabbia (Caged Heat) si compone di tante parti, non esattamente amalgamate. Per il volere della New World, casa di produzione di Roger Corman, Demme elabora un “Women in Prison” film (WIP). L’argomento era ancora tabù nella Hollywood anni Settanta: ottimo pretesto, questo, per un produttore votato al nudo femminile e al pulp.

Il risultato è, dunque, una situazione sperimentale: 84 minuti di pellicola con impostazione tecnica da documentario, narrazione da poliziesco – che strizza l’occhio alla commedia e al nonsense – e quella dilatazione della sfera temporale, che sarà poi evidente nei successivi lavori del regista.

Femmine in gabbia si apre raccontando la storia di Jacqueline Wylson (Erica Gavin), che vediamo catturata dalla polizia, dopo una prima sequenza con inseguimento e sparatorie, alla fine della quale viene portata in un carcere femminile. Dopodiché, a causa anche dell’introduzione di molti altri personaggi, il film si perde.

Ne risultano due binari paralleli: uno all’interno del carcere, con un highlight sulle condizioni di violenza, abuso e sopruso della figura femminile, e un altro, quello di Jacqueline e alcune compagne in fuga, in un vero e proprio collage di siparietti.

Il film è dichiaratamente un esperimento. La narrazione è difficile da seguire, nonostante alcune idee siano valide (la detenuta che tiene il conto dei secondi alla rovescia, il legame che si forma fra le donne).

Jacqueline, con la quale ci siamo dovuti allineare all’inizio del film, sfuma via, diventando un comprimario: vero protagonista è, infatti, l’occhio onnipresente della macchina da presa. Il rapporto spettatore-protagonista svanisce su uno sfondo confezionato di nudi femminili, che altro non sono, in realtà, che celebrazioni dell’occhio maschile. Le detenute sono bellissime, con corpi perfetti: il resto non può far altro che diventare sottotrama.

Il film si presenta come un prodotto e non ambisce a essere altro. Quel che ne risulta è un film corale a metà fra i generi, incluso la parodia di se stesso: gli strumenti del dottore, vero e proprio villain, sono volutamente caricati, da cartone animato. Come non notare la croce rossa sugli strumenti per la lobotomia, a primo impatto terribili, poi subito ridicoli?

 In sostanza, Femmine in Gabbia si presenta quale primo film WIP. Non nasconde trovate sopra le righe, transizioni di montaggio evidenti e una trama binaria dei “buoni contro i cattivi”. I buoni, però, sono detenute che uccidono a sangue freddo: un primo incontro con il nucleo ambiguo della filmografia più famosa di Demme.

di Viola Viteritti

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