Carbonia Film Festival. Matthieu Taponier racconta la genesi de Il Figlio di Saul

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Si è tenuta ieri la seconda masterclass di How to Film the World, iniziativa del tutto inedita del Carbonia Film Festival, che crea spazi di discussione, approfondimento e condivisione con alcuni dei maggiori protagonisti del cinema contemporaneo (italiani e internazionali).

Ospite del giorno è stato Matthieu Taponier, story editor, co-sceneggiatore e “partner creativo” di Làszlò Nemes, vincitore del Premio Oscar e del Golden Globe al miglior film straniero per Il figlio di Saul (2015).

Presente anche Matthieu Darras,  direttore del Torino Film Lab, programma di sostegno alle giovani promesse dell’audiovisivo, grazie a cui Nemes sta attualmente realizzando il suo secondo lungometraggio Sunset. Programma a cui prese parte anche Jonas Carpignano per il suo A Ciambra.

«Il figlio di Saul è il risultato di uno sforzo collettivo» ha esordito Darras: «Spesso viene trascurata l’importanza di una squadra creativa nella realizzazione di un progetto così complesso. Quest’ultimo nasce effettivamente dall’urgenza di filmare il mondo del passato, un’urgenza molto sentita nei film di Nemes in generale (cortometraggi inclusi). Per voler citare la dicitura dell’evento, potremmo parlare di un “How to Film the Shoah”».

Ha aggiunto, poi, Taponier: «L’incontro tra me e Làszlò è avvenuto all’università, eravamo entrambi francofoni. Tornato in Ungheria, mi chiese di raggiungerlo per aiutarlo a realizzare il suo secondo e terzo documentario. Ne Il Figlio di Saul ci siamo poi aperti ad una troupe variegata: c’erano tecnici della nostra stessa generazione e persone con più esperienza, come nei casi dello scenografo o del compositore.

L’intento era, quindi, quello di inserirsi nella tradizione, proponendo al contempo un cinema nuovo. Làszlò ha, inoltre, fatto delle scelte registiche del tutto atipiche: nella sceneggiatura, ad esempio, ha coinvolto Clara Royer, storica esperta di ebrei in Ungheria; come direttrice del casting ha, invece, scelto una sceneggiatrice professionista, mentre per impersonare Saul, protagonista del film, ha reclutato Géza Röhring, poeta e frontman di un gruppo musicale punk ungherese.

Quello di Làzslò è un cinema che ha molto in comune col cinema storico ungherese degli anni ’60. Questo si può evincere dalle scelte tecniche del film: prima fra tutte, l’utilizzo del piano sequenza, un tratto caratteristico dei grandi autori ungheresi degli anni ’60, che devono molto al cinema italiano del dopoguerra e a quello americano degli anni ’70.

Parliamo di diversi modi di rappresentare la storia, che comunque condividono molte affinità. Noi cercavamo una messa in scena accattivante, capace di catturare immediatamente l’attenzione dello spettatore». Desta interesse il fatto che Nemes si sia avvicinato al cinema piuttosto tardi. Il suo primo cortometraggio lo ha realizzato a 29 anni, anticipando parte degli argomenti e delle scelte stilistiche presenti ne Il figlio di Saul.

Taponier è stato letteralmente “adottato” da Nemes, divenendo parte integrante della sua attività creativa. A tal proposito, Darras ha chiesto: «Come si formano i film, come si sviluppano le idee in questa “famiglia”, dove ognuno può dare il suo contributo?». «Con pazienza» ha replicato deciso Taponier: «Parliamo anzitutto di pazienza. Nella fattispecie quella alla base de Il Figlio di Saul era dettata dalla volontà di seguire un uomo. Non si trattava di una semplice storia, ma di una situazione. Fissare l’attenzione su un volto, sviscerare ogni sfaccettatura dell’essere umano, seguendolo con estrema vicinanza, quasi come a volerne comprendere i pensieri. Questa è la matrice visiva del film.

Làszlò, inoltre, aveva letto due testi, delle testimonianze di un ungherese, che era stato assistente del sonderkommando, l’unità di deportati obbligati alla collaborazione con le autorità naziste. Questi uomini accompagnavano i prigionieri nelle camere a gas per poi disperderne le ceneri. Gli scritti che Làszlò ha letto erano estremamente dettagliati nelle descrizioni e molto lirici nei toni. Da qui è poi sorta la necessità di capire a fondo cosa fosse stato l’Olocausto.

Il desiderio di seguire il qui e ora di quella storia, rinunciando a ogni sguardo onnisciente e riversando tutta l’attenzione su Saul, di cui seguiamo tutti i passi nel tentativo di salvare un figlio che in realtà è già morto. Il film ha una base documentaria precisa e riesce a restituire in modo preciso la realtà storica del mondo. Lo slancio della finzione e l’idea di sviluppare la trama su questa base di realtà viene dalla realtà stessa, quella degli scritti.

La cosa sorprendente è che, quando il film fu presentato a Cannes a maggio 2014, la prima sensazione fu come se prima di allora non fosse stato fatto nessun’altro film sulla Shoah. Già da quando Làszlò mi fece leggere il primo trattamento percepii molta energia, una vibrazione fortissima. Emergeva in modo chiaro e palese l’urgenza di raccontare quella realtà».

Appuntamento alla giornata conclusiva della kermesse, dove il regista statunitense Ben Russell chiuderà ufficialmente la rassegna con una masterclass d’introduzione al suo ultimo lungometraggio.

di Francesco Milo Cordeschi

ph. Fabio Dongu

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