DEADPOOL di Tim Miller (2016)

Ottava pellicola della serie X–Men, Deadpool, opera prima del regista, supervisore agli effetti speciali e direttore creativo statunitense Tim Miller, stravolge con ironia e compiaciuta scorrettezza la retorica binaria del supereroe buono contro i cattivi.

La figura carismatica di Ryan Reynolds veste i panni di un eroe non convenzionale, un eroe che dialoga costantemente con il suo pubblico, un eroe che si dichiara apertamente interessato al suo tornaconto personale. Starete pensando: “Il mio fidanzato ha detto che era un film sui supereroi, ma quel tipo ha appena trasformato quell’altro tipo in un fottuto kebab!” Beh, magari sono super, ma non sono un eroe. E sì, tecnicamente questo è un omicidio. Ma molte delle migliori storie d’amore cominciano con un omicidio. E questo è esattamente quello che è, una storia d’amore.

Niente a che fare, quindi, con il classico nerboruto che salva belle ragazze in difficoltà: Wade Wilson è “un cattivo ragazzo che viene pagato per fottere ragazzi ancora più cattivi” fino a quando, nel suo locale malfamato di fiducia, non incontra Vanessa, fulminante amore della sua vita, con cui ben presto va a convivere. Nel momento in cui le chiede di sposarlo, però, scopre di essere affetto da un tumore ormai pesantemente metastatizzato.

Come ultimo, disperato tentativo di guarigione si rivolge a un’agenzia che si offre non solo di curarlo, ma di donargli i superpoteri. Quello a cui Wade si sottopone si scopre essere, invece, una cura inumana che, sotto il controllo del dottor Francis Freeman, estrapola a forza il gene X da individui disperati per poi schiavizzarli.

Wade, guarito, reso sostanzialmente immortale ma allo stesso tempo sfregiato, riesce a provocare un incendio e scappare. Da questo momento – vergognandosi troppo del suo aspetto per tornare da Vanessa – il suo unico obiettivo sarà quello di ritrovare Francis, non tanto per fermare la sua terribile attività, ma per recuperare il suo aspetto precedente.

Nulla può fermare la ricerca di Wade, ora trasformatosi nell’eroe vendicatore Deadpool: forte dei suoi nuovi poteri massacra chiunque si pari sul suo cammino, condendo le scene più cruente con battute ammiccanti e volutamente fuori luogo.

La collaborazione con Colossus e Testata Mutante Negasonica – che tentano invano di arruolarlo nelle forze del bene – conduce alla maestosa battaglia finale, con tutti i sacri crismi del combattimento da fumetto: scenario desolato che prima o poi salta in aria, donna in pericolo salvata sull’orlo del baratro, esplosioni, botte a mani nude e l’immancabile vittoria dell’eroe. Eroe che, ancora una volta, decide di allontanarsi dallo stereotipo magnanimo del difensore del bene e spara a bruciapelo in testa a Francis.

Un film eversivo, quindi, nella famiglia delle pellicole Marvel, ma che comunque si bea di una macchina produttiva colossale e di un budget sconfinato che permette effetti speciali con pochi confronti. In tutto ciò, Miller riesce a costruire un film solido, divertente ed emozionante, che si regge elegantemente in piedi, nonostante i forzosi avanti e indietro nel tempo e nella scena (Una rottura della quarta parto dentro una rottura di una quarta parete? È tipo, una sedicesima parete).

Una scenografia perfetta, questa, per un eroe politicamente scorretto e decisamente ingestibile come Deadpool. La sua narrazione inquieta, le sue continue incursioni al di là dello schermo, ne fanno un eroe tanto più convincente e amabile proprio in virtù del suo cinismo e della sua scorrettezza. Un super anti-eroe, insomma, che fa delle debolezze la sua forza e del suo carattere l’arma segreta che l’ha portato all’enorme successo di pubblico.

di Valentina Avanzini