72 HOURS IN BANGKOK di Lubomir Haltmar (2017)


Quando finiamo di guardare un film, spesso siamo felici di pensare che per fortuna non è la realtà. E invece stando ai titoli di coda del film, a volte la realtà è anche peggio. Su 3 persone scomparse in Thailandia, 2 sono bambini. E sono più di 6 i milioni i bambini scomparsi nel mondo.

È questo il tema che muove il regista ceco Lubomir Haltmar nella realizzazione di questo film.
La vita di un padre, interpretato dallo stesso Haltmar, viene sconvolta poco dopo essere atterrato a Bangkok. Infatti l’uomo, a causa di una distrazione, perde il figlio Nicolas (Nicolas Haltmar), nella folla dell’aeroporto della capitale thailandese.

Parte così una narrazione alternata tra il vagare del piccolo Nicholas nell’immensa e dispersiva città e la spasmodica ricerca del figlio da parte del padre. Il turista ceco viene così aiutato dal detective, Chaleaw Simpha, e poi da Koi, Somchai Thongchan.

Il film è interamente autoprodotto dal regista, che ha diviso la scrittura con Juraj Plichtik e Roman Stryhal. Haltmar, per raccontare questa storia, sceglie lo stile documentaristico, seguendo con la camera a mano i suoi personaggi per le strade della città, che con la sua sovrappopolazione, la varietà di colori e suoni, sembra essere il quadro perfetto per raccontare il senso di smarrimento dei personaggi.

Il piccolo Nicholas è ben diretto. Riusciamo chiaramente a vedere tutte le emozioni che attraversano il suo viso. Ci preoccupiamo per lui quando lo vediamo vagare per le strade isolate nel bel mezzo della notte, temiamo ogni volta che incontra una persona, speriamo che da un lato possa essere la sua ancora di salvezza, dall’altro preghiamo che non sia un malintenzionato. Che prima o poi arriva, nel momento in cui Nicholas viene adescato da una gang che si occupa del traffico di bambini, il cui capo è interpretato da Prasit Thiadrid.

Il montaggio alternato ci accompagna anche nell’estenuante ricerca del padre e del detective, offrendoci qualche sequenza d’azione e mitigando la narrazione con flashback dei bei ricordi dei momenti passati insieme da padre e figlio. La fotografia è molto suggestiva nelle atmosfere notturne, mentre nelle sequenze diurne risente di qualche errore, ovviato dalla color dai toni saturi. La musica, di Andrea Morricone, è quasi onnipresente, sottolineando sapientemente i momenti importanti.

Concludendo, 72 Hours in Bangkok non è un film perfetto. Risente della mancanza di un apporto produttivo, e forse la sceneggiatura avrebbe dovuto avere qualche elemento in più, per supportare la lunga durata. Ma l’intento del regista e la sua passione per l’arte cinematografica traspaiono chiaramente dalla pellicola e ci auguriamo che questo autore possa avere l’occasione di realizzare nuove storie, per raccontare il mondo e, perché no, anche migliorarlo.

di Antimo Campanile

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