IL VENDITORE DI MEDICINE di Antonio Morabito

, Opere Prime

Bruno Donati (Claudio Santamaria), informatore farmaceutico, cura, in modo attento e scrupoloso, il rapporto con le sue “regine”, ovvero quei medici in grado di garantire un’alta vendita di farmaci alla sua casa farmaceutica con le loro prescrizioni. Infatti, dispensa tablet, soldi, dvd porno e viaggi sotto le mentite spoglie di congressi.

Fin da subito, l’ambiente lavorativo del protagonista ci viene presentato come un luogo gelido e oppressivo, quasi fosse una cartolina da un futuro distopico. Tutti i “venditori di medicine” sono immersi nella logica del profitto, dove il fallimento viene punito con umilianti vessazioni, che possono portare anche a scelte nefaste.

Il capo di Bruno, un’algida Isabella Ferrari, gli preannuncia che l’azienda farà molti tagli al personale e che lui sarà fra questi, se non riuscirà a strappare un accordo con un – in apparenza- incorruttibile barone. Il clima teso si ripercuote inevitabilmente sulla sua vita privata: comincia a fare largo uso di ansiolitici, e inoltre sua moglie Anna (Evita Ciri) lo pressa per avere un figlio, ma Bruno con un avvenire così precario non ha il coraggio di prendere questa decisione.

Nel procedere degli eventi il personaggio di Santamaria proverà con ogni mezzo a tenersi stretto il suo impiego, affossando qualsiasi senso di colpa o vergogna.

Il cinema italiano ha, quasi sempre, adottato due chiavi di lettura per affrontare le problematiche del nostro Paese: il racconto satirico oppure la ricostruzione documentaristica. Invece, Antonio Morabito nel suo esordio decide di adottare un approccio giacobino nelle intenzioni, ma enfatico nel risultato finale.

Infatti, l’autore descrive l’ambiente in cui si muove il protagonista come un coagulo di corruzione e amoralità, dove non vi è alcun membro della categoria immune da tali nefandezze. Morabito tenta di rimediare con l’inserimento del personaggio di un medico, ostile alle lusinghe di Bruno, che prova a trascinarlo in tribunale, ma si ha la sensazione che questa scelta sia dettata, più che altro, dalla paura del regista di risultare troppo inquisitorio nei confronti della sanità italiana.

La sensazione è che il regista abbia creato una classica storia a tesi, e cioè: si vuole dimostrare un determinato comportamento scorretto e, pur di indignare lo spettatore, si sacrificano i personaggi e il loro sviluppo narrativo. Dispiace per il risultato finale perché Morabito e tutti gli attori dimostrano di avere talento.

di Simone Romano