CHI HA PAURA DI VIRGINIA WOOLF? di Mike Nichols (1966)

, Grandi Esordi

Martha e George sono una coppia di sposi non proprio esemplare. Hanno superato ormai i 40 anni e il loro rapporto è basato sull’odio, la violenza, gli insulti, la guerra e l’amore. Un amore malsano e crudele che, comunque, li tiene insieme.

La storia è tratta dall’omonima opera teatrale di Edward Albee, alla quale il film è molto fedele, soprattutto nei dialoghi scurrili e volgari. I personaggi in scena sono solo quattro, a Martha e George si aggiunge infatti un’altra coppia, quella formata dai ventenni Nick e Honey.

Ma accanto ad essi ci sono due presenze fondamentali. La prima è il padre di Martha, rettore dell’università dove George insegna storia, adorato dalla figlia tanto quanto odiato da George, che infatti lo descrive come un topolino bianco con gli occhietti rossi. Il Magnifico Rettore non entra mai in scena, non sappiamo neanche il suo nome, ma la sua è una presenza ingombrante, soprattutto agli occhi del genero.

La seconda presenza è l’alcool, che può essere considerato il vero e proprio motore del film. Esso infatti spinge i protagonisti a muoversi, li leva dall’imbarazzo all’inizio del film, interrompe le loro azioni e provoca la perdita dell’autocontrollo.

Nell’arco di una sola notte, vediamo il quartetto entrare alternativamente in sintonia e in conflitto. Ogni volta l’equilibrio faticosamente ottenuto viene compromesso, principalmente a causa di Martha e George che, verbalmente, non si risparmiano nessun colpo. Entrambi si ridicolizzano vicendevolmente e coinvolgono Nick e Honey nel loro scontro.

Ma mentre il ragazzo con il tempo comincia a comprendere le regole del gioco e a muoversi di conseguenza, la moglie non realizza cosa sta succedendo, anzi esce fuori dai giochi, complici il brandy e la sua innocenza giovanile.

L’opera prima di Nichols è sicuramente un film di attori, tra i quali spicca la magistrale Liz Taylor, che per la parte abbandona il suo ruolo di bellissima diva e prende più di 10 chili per trasformarsi in un personaggio cinico, volgare e soprattutto fragile.

La conversazione è sempre brillante, talvolta eccessivamente prolissa. Lo spettatore non può permettersi di perdere una battuta per capire cosa succede veramente tra George e Martha. Il dialogo, ciclicamente, ritorna sulla gravidanza, sulla prole, sul figlio della coppia che, solo nel finale, scopriamo essere un’invenzione di Martha, creazione della sua psiche per fuggire dal dolore di non poter essere madre. Questa rivelazione finale ci sconvolge, improvvisamente la perfidia della donna acquista un senso e la sua fragilità viene fuori («Io ho paura, George, tanta paura»).

Il film è accompagnato da una funzionale e suggestiva colonna sonora ed è sorretto da una buona regia e da un’ottima fotografia, fatta di inquadrature che, con una buona profondità di campo, privilegiano i primi piani dei vari personaggi. Chi ha paura di Virginia Woolf? è un’ottima opera prima, che segna l’avvio della carriera di un grande regista, il cui capolavoro è sicuramente Il laureato (1967).

di Alice Romani