La questione non è “Cannes vs Netflix”, ma come educare all’immagine

, Fatti di cinema

«Il team di Netflix mi ha dato fiducia, dopo aver visto solo i primi 20 minuti del film. La reazione positiva al Festival di Cannes è stata senz’altro un incentivo e sono orgogliosa che il mio film venga reso disponibile in ben 130 paesi contemporaneamente. Una grande occasione per me come giovane cineasta, ma anche per loro di diversificare i contenuti aggiungendo al catalogo un film d’autore, ma dall’anima profondamente popolare, come il mio. Ritengo che Netflix sia essenziale per la democratizzazione della cultura».

Queste parole sono di Houda Benyamina, vincitrice della Caméra d’Or lo scorso anno a Cannes per Divines, travolgente opera prima che ha fatto faville anche ai César. Ultimamente si è consumato a più riprese il fatidico scontro tra la rinomata kermesse della Costa Azzurra e la piattaforma di streaming, nonché produzione e distribuzione, Netflix. «Cannes si trova molto lontano dalle sue origini», ha dichiarato con impeto il direttore artistico Thierry Frémaux, «Il dna del Festival rimane il Cinema».

Ci ha messo il carico Pedro Almodóvar che, in veste ufficiale di Presidente di Giuria, non ha esitato a definire «paradossale» l’idea di dover valutare film non destinati al grande schermo. Si è subito fatta sentire la replica d’eccezione di Will Smith che, ergendosi quasi a testimonial dell’azienda californiana, ha elogiato il servizio streaming equiparandone il valore a quello della sala.

Tutto sembrerebbe sorto dall’ostentato rifiuto da parte dei gestori di Netflix di distribuire nelle sale francesi le pellicole The Meyerowitz Stories di Noah Baumbach e Okja di Bong Joon Ho, entrambi quest’anno in lizza per la Palma d’Oro. Stando a quanto riportato dalla direzione del Festival, fu chiesto «invano» di accettare le suddette condizioni.

I retroscena, però, vogliono un quadro ben più complesso: così come era già accaduto in diversi altri paesi con altri film, l’azienda ha cercato un compromesso. Anche lei «invano». Sebbene, infatti, abbia provato a negoziare coi distributori francesi The Joker e Centre national du cinéma, Netflix, a dispetto di ogni buon intento professato (in primis l’opportunità di poter raggiungere il maggior numero possibile di spettatori), si è dovuta per forza scontrare con le ferree limitazioni (e discrepanze) della legge francese.

A detta dei gestori, lanciare un film in sala, anche solo per una giornata, andrebbe ad inficiare la distribuzione in streaming e i servizi di download, comportando dei ritardi sulle uscite di circa tre anni. Scoperchiare il “vaso di Pandora” celato dietro una diatriba dai risvolti sempre più critici e irrisolvibili non è affatto semplice. Molte sono le argomentazioni che essa chiama in causa: ideologiche, concettuali, di film industry e non solo.

Siamo, però, sicuri che chiudere le porte in faccia a portali digitalizzati, che di anno in anno crescono e consolidano un ottimo bacino di utenti e spettatori, possa rivelarsi un’opzione così utile?  Come sottolineato da Benyamina, parliamo di piattaforme che ad oggi giocano un ruolo non indifferente anche nella valorizzazione del prodotto d’essai, lo stesso che, usufruendo dei tradizionali sistemi di distribuzione, spesso non gode del riconoscimento auspicato.

Non biasimando le dovute inferenze e contraddizioni, Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra del Cinema di Venezia, ha sostenuto che omettere le opere targate Netflix dalle principali sezioni festivaliere europee non può considerarsi, per una sua matrice ontologica, una soluzione sana. Giudicare un film, d’altronde, significa anzitutto valutarne il prestigio qualitativo e non l’assetto commerciale.

Se, oltretutto, si volesse epurare una manifestazione di spessore come Cannes da qualsivoglia contaminazione da piccolo schermo, che comprometterebbe lo spirito delle sue stesse radici, come osservato da Frémaux, sarebbe a questo punto opportuno farlo con tutte le realtà, persino con le première.

Se si volesse davvero perseguire una linea “purista”, l’attesa anteprima della terza stagione di Twin Peaks, alla presenza dello stesso Lynch, ormai di casa sulla Croisette, e della serie Top of the Lake – Il mistero del lago di Jane Campion dovrebbero subire lo stesso trattamento delle opere a circuito SVoD (Subscription Video on Demand).

Diverso sarebbe fare un altro ragionamento: come poter rieducare alla sala? È possibile escogitare sistemi egualmente intuitivi sul piano della versatilità fruitiva anche per il grande schermo? Se è vero che le attuali forme di intrattenimento favoriscono sempre più la convivenza tra due linguaggi apparentemente discordanti come cinema e televisione, è altresì innegabile l’urgenza di un piano che possa seriamente far riavvicinare lo spettatore alla sala, favorendo in aggiunta la film literacy.

Per «far riavvicinare lo spettatore alla sala» s’intende anche la necessità di farne riscoprire il valore intrinseco. Un impegno irrinunciabile che coinvolge più volontà. Com’è stato giustamente osservato da Marina Marzotto, presidentessa dell’associazione AGPCI, in occasione dell’ultimo MICI (Meeting Internazionale del Cinema Indipendente), oggigiorno è indispensabile, specie nei riguardi dei più giovani, tornare a riflettere sull’importanza e sulle diverse sfaccettature dell’immagine: «Guardare un film in sala non è come guardarlo sullo smartphone o sui vari device. Quella della sala è un’esperienza unica e irripetibile».

Cercare il cinema altrove (in streaming o, peggio, sfruttando la pirateria online) non significa certo travisarne la sua identità. Per ciò che concerne la mera distribuzione, sul fronte italiano iniziative come i Cinema2Days, pronte a rinnovarsi sull’onda anche dei decreti attuativi della nuova Legge Cinema, sono senz’altro risultate sensate per incoraggiare il ritorno in sala ma, com’è stato suggerito da Laura Delli Colli, se molti film hanno indubbiamente catalizzato un’area specifica di pubblico, altri non sono stati sfruttati al meglio.

Lo scorso mese Claudia Roggero, in un articolo pubblicato sul nostro portale e riguardante il film business, vedeva nel cosiddetto TOD (Theatrical on demand) un’altra interessante innovazione: questo consiste in un modello di distribuzione “crowdsourced” in cui lo spettatore può prenotare il proprio posto in sala in anticipo per specifici prodotti e per altrettante specifiche ore e date.

Un sistema da non sottovalutare, vista la sua predisposizione a soddisfare persino gli esercenti. Intuizioni come MovieDay (si legga a riguardo l’articolo sul nostro secondo numero cartaceo, sfogliabile anche online sul nostro sito) dimostrano come sia possibile studiare complessi di fruizione alternativi, volti alla preservazione dell’esperienza in sala, degli operatori del settore e soprattutto del seguito del film. Ancora una volta idee, soluzioni e propositi sanno rendersi di gran lunga più validi dell’ardita polemica.

di Francesco Milo Cordeschi