Il caso Ali Asgari e Farnoosh Samadi. Da dove ricominciare per un cinema diverso

Proprio in questi giorni si sta consumando al Senato il dibattito sulla Riforma della Cittadinanza. Un dibattito che era già stato avviato più di un anno fa e che, ad oggi, non ha trovato ancora alcun riscontro: la legge fu, infatti, licenziata dalla Camera per poi giacere nell’immobilismo. Dinamiche queste ultime che sembrano riesumare recenti spauracchi: quei mesti rimandi che hanno depistato per anni, se non per decenni, l’affermazione di importanti solchi legislativi, oltre che dei diritti individuali (l’attuale legge sulle unioni civili, ad esempio, nonostante le sue incompiutezze, è frutto di un discorso inaugurato nel lontano 1987. Solo lo scorso giugno, a seguito di estenuanti inerzie burocratiche e integrazioni, la diatriba ha finalmente avuto un epilogo). Quella sulla cittadinanza è una questione quanto mai urgente dal momento che diversi sono gli italiani di seconda generazione che, pur avendo vissuto, studiato e lavorato nel nostro paese, dando così un supporto non indifferente negli ambiti industriali, creativi e di ricerca, non vengono restituiti di un diritto oltremodo opportuno. Senza di esso questi, anche con tanto di titolo, non potranno pienamente ottemperare alle rispettive professioni e competenze. Una mancanza figlia anche e soprattutto di un’inconsapevolezza di fondo, visto che parlare di “seconda generazione” è divenuto oramai obsoleto: attenendoci alle statistiche, possiamo arrivare ad annoverare addirittura terze o quarte generazioni (già dalla fine dei ’60 e l’inizio degli anni ’70 si poteva registrare un numero consistente di studenti e lavoratori con documenti stranieri). Da qui ne deriva il profondo gap culturale che ci separa da diverse altre realtà europee e d’oltreoceano. Il caso dei due cineasti iraniani Ali Asgari e Farnoosh Samadi non poteva che cadere a proposito: dopo la clamorosa esclusione de Il Silenzio dalla cinquina dei David di Donatello per il Miglior Cortometraggio, a dispetto degli apprezzamenti e premi di spessore riscossi (in primis a Cannes dove è stato nominato), urge porre nuovamente l’attenzione su un tema da noi già affrontato a più riprese. A tal proposito, vi invitiamo a gettare un occhio all’intervista rilasciata qui, sul nostro portale, da Leonardo De Franceschi, docente di cinema postcoloniale. Ci teniamo, inoltre, a far presente che il nostro secondo numero cartaceo, a breve in uscita, contemplerà tra i vari approfondimenti un articolo dedicato ai registi di seconda generazione, focalizzandosi sulle opportunità che le politiche di casa nostra serbano a questi ultimi. Epicentro della questione sono le attuali disposizioni della Nuova Legge “Disciplina del cinema, dell’audiovisivo e dello spettacolo”, varata in via definitiva lo scorso novembre. Quest’ultima, non equiparando il soggiorno di lungo periodo e la residenza abituale alla cittadinanza, negherebbe a svariati autori di origine migrante di vedersi riconosciute le proprie opere come film di “nazionalità italiana”. Quanto avvenuto a Asgari e Samadi corre, per cui, il rischio di essere l’antesignano di un problema che, a lungo andare, potrebbe farsi sempre più sentire. Ignorare il tutto significherebbe perdere un’occasione: quella di far sì che finalmente le nostre aziende possano reggere il confronto con le maggiori industries straniere, nostri presunti competitors. Volendo scomodare l’esempio forse più permeante, possiamo constatare come Hollywood basi la sua ricchezza anche e soprattutto sull’apporto di registi esteri, molti dei quali mietono tuttora successi al botteghino e addirittura agli Academy Awards (si può partire da Hazanavicius e Danny Boyle per arrivare a Steve McQueen e Iñárritu). Il tutto senza considerare la valorizzazione che paesi come la Francia e la Gran Bretagna hanno conferito, negli anni, ad autori di origine migrante (il già citato McQueen, Dany Boon o Abdellatif Kechiche). Per di più occorre aggiungere un altro aspetto, qualcosa ben distante dalle mere logiche del mercato: nella stagione del capolavoro Fuocoammare di Gianfranco Rosi, è d’obbligo tornare a riflettere sulle narrazioni. Il fatto che cineasti esclusivamente italiani detengano tutt’oggi il “monopolio” di materie quali immigrazione, integrazione e società multiculturale, da un punto di vista contenutistico, è assai limitante. Ne è la significativa conferma il divario che scinde opere di indubbio valore (Terraferma, Là-bas – Educazione criminale o La prima neve) da film come The Last of Us, straordinaria opera prima del giovane tunisino Ala Eddine Slim, vincitore del Leoncino d’oro all’ultimo festival di Venezia. Fermarsi a quel che può essere l’immaginario dell’Italia sui migranti e precludersi altre tipologie di racconto, oltre a produrre una sfiancante ridondanza stilistica, può seriamente compromettere un autentico rinnovamento della nostra industria creativa. Affinché quest’ultimo possa finalmente delinearsi, è necessario tener conto delle eterogeneità di genere e nazionalità. La campagna #peruncinemadiverso, lanciata mesi fa da De Franceschi, Giulia Grassilli, Suranga Deshapriya Katugampala, Nadia Kibout, Fred Kuwornu, Razi Mohebi, Alfie Nze, Chiara Zanini e Reda Zine, e che vi invitiamo caldamente a consultare, denunciava tali criticità soprattutto a fronte della Legge Cinema. Occupandosi “Opere Prime” di autori emergenti, è nostro interesse stimolare il più possibile delle considerazioni sulle opportunità: solo un cinema che saprà aprirsi al pluralismo e all’inclusività, accogliendo non solo nuovi protagonisti ma anche nuove storie, potrà veramente definirsi “diverso”. Il rinnovamento parte anzitutto da qui.

di Francesco Milo Cordeschi

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