LA PELLE DELL’ORSO di Marco Segato (2016)

, Opere Prime

Domenico ha 14 anni e, essendo orfano di madre, vive da solo con il padre Pietro. Quest’ultimo, da poco uscito di galera, capisce che il destino gli ha offerto un’occasione di riscatto agli occhi della comunità, quando in paese si ripresenta “el Diàol” (il diavolo), un temibile orso di cui tutti vorrebbero sbarazzarsi. Pietro, allora, fa una scommessa con il padrone della cava di pietra locale: se riuscirà a uccidere l’orso, guadagnerà una somma enorme, ma se invece fallirà, regalerà un anno del suo lavoro di spaccapietre al suo capo. Anche per Domenico la caccia all’orso si rivela un’occasione: per riavvicinarsi al padre, mettere alla prova la propria abilità con il fucile e dimostrare, al tempo stesso, che non è un ragazzino come tutti credono, bensì un giovane uomo. Per molti aspetti l’esordio di Marco Segato è una sorta di western. Persone, azioni, poche parole e sullo sfondo i monti e i boschi delle Dolomiti, che il regista utilizza come, appunto, nei western si utilizzavano le sierre, i deserti, le Grandi Montagne Rocciose. È un film fatto di attese e silenzi, come spesso risultano essere le storie di montagna. I dialoghi dei protagonisti sono rarefatti, ma sono i paesaggi a parlare ed è importante ascoltare il silenzio di questi luoghi. Segato lascia loro molto spazio, si concentra sui tramonti, su queste immagini che sembrano uscire da cartoline, che con il loro silenzioso rumore comunicano più cose di quanto non facciano padre e figlio. I luoghi e i personaggi sono aspri e politicamente scorretti, capaci però di uno spessore e di una solidità oggi sempre più rare. Interessante, inoltre, come viene trattato il tema del giovane uomo che, affrontando la bestia, in realtà affronta una sfida ancora più grande: quella del passaggio dall’essere bambino al diventare uomo. La fotografia, poi, è eccezionale e l’interpretazione di Marco Paolini intensa, vera e perfettamente calata in questa storia ruvida e pulita. La pelle dell’orso non è un capolavoro, ma è in ogni caso un film solido, che riesce nel suo intento comunicativo. Un’opera introspettiva e avventurosa, che trascina lo spettatore all’interno del suo denouement, ma al tempo stesso non gli rivela mai tutto, considerandolo, a tutti gli effetti, un estraneo.

di Beatrice Bosotti

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