67° Festival di Berlino: Borghi, Mainetti, Canonero e Guadagnino, l’Italia c’è

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Italia protagonista anche quando non lo è. Sebbene nessuna pellicola abbia preso parte alla competizione ufficiale, a dispetto delle sperate presenze di Gianni Amelio, Fabio Mollo e Ferzan Özpetek, la Berlinale continua a dar credito ai nostri maggiori talenti in circolazione. Così come nella scorsa edizione fu di ottimo auspicio il grande seguito riscosso da Gianfranco Rosi col suo Fuocoammare, attualmente in corsa per l’Oscar, si spera che anche per i soggetti premiati in questi giorni possa inaugurarsi un ciclo degno di nota. Per alcuni già è accaduto: Alessandro Borghi è una richiestissima “shooting star”, stella emergente europea. Dopo aver esibito uno sfavillante look platinato, dettato da esigenze sceniche (Suburra – La serie), l’interprete romano si è detto estasiato dall’accoglienza serbatagli dalla kermesse, sottolineando il grande divario rispetto alle esperienze festivaliere nostrane. Si è così rivolto ad Arianna Finos, inviata a Berlino per La Repubblica: «C’è un gruppo di attori bello, c’è un tedesco che ha solo 19 anni. In Italia queste cose non succedono. Qui si respira una bella aria, l’idea di avere a che fare con un contesto internazionale in questo momento è ciò che mi interessa di più. Mi sembra un buon inizio per capire cosa succede. Nei prossimi giorni incontrerò produttori e registi europei e chissà che non nasca qualche progetto». Domani su Raiuno verrà trasmesso Dalida di Lisa Azuleios, produzione tutta francese, che vede Borghi nei panni di Tenco, sua prima scrittura internazionale: «Il ruolo nel film è piccolo, ma mi ha dato la possibilità di avvicinarmi a canto e pianoforte. Ho preso lezioni, cercato di avere movimenti credibili. E prima di avere la certezza dei diritti sulle canzoni di Tenco, ero io a cantare e ho scoperto che mi piace. Alla fine poi abbiamo avuto i diritti, la famiglia lo ha deciso dopo aver visto il girato e, quindi, il Ciao amore ciao che sentirete nel film è quello originale». Parlando del suo folgorante e repentino successo ha poi aggiunto: «Ho sempre pensato che le cose accadano al momento giusto. Anni fa non sarei stato in grado di cogliere le occasioni degli ultimi due anni. La mia vita è cambiata in modo drastico. Non quella personale, che è la stessa, ma la carriera. Arrivano le possibilità di scegliere, un giorno ti fermi e pensi che se per dieci anni si è dovuto fare cose che non ci piacevano era perché il futuro ci avrebbe regalato cose belle». È stato l’attore trentunenne a consegnare l’Orso d’oro alla carriera ad un’altra connazionale d’eccezione: la costumista Milena Canonero, che arricchisce così un palmarès già forte di quattro premi Oscar e nove nomination. Da menzionare, oltretutto, la sua recente ambizione di passare dietro la macchina da presa: l’opera prima in progetto sarebbe incentrata su Piero Tosi, suo maestro e amico, che nel lontano 1976 rifiutò la partecipazione a Barry Lyndon per passare a lei il testimone. Così facendo, le spianò la strada per un successo planetario. Sono anche e soprattutto gli autori emergenti a far parlare di sé in queste ore: Gabriele Mainetti è stato, infatti, inserito tra i dieci talenti europei dell’anno dalla rivista Variety. Assieme ad altri nove filmmaker, interpreti e cineasti di svariati paesi, il romano classe 1976 è stato festeggiato e ricevuto al Medienboard Berlin-Brandenburg di Berlino. «All’inizio non ho capito di che premio si trattasse», dichiara anche lui alla Finos: «Variety ha amato Lo chiamavano Jeeg Robot fin dalla presentazione al Festival di Roma. È in “Dieci europei da tenere d’occhio”, sono l’unico italiano. Questo riconoscimento è per un nuovo modo di guardare il cinema». Ha, inoltre, anticipato su cosa verterà il suo secondo lavoro: «Stiamo ultimando, con Nicola Guaglianone, la sceneggiatura. Siamo all’ultima scena. Speriamo di realizzarlo prima. È un film assurdo. Già subito dopo la Festa di Roma abbiamo iniziato a lanciarlo come il nuovo progetto, sulla scorta delle belle recensioni, anche se ancora non c’erano stati gli incassi. Ci dicevano “ma questo è un film complicato, un terzo, quarto film, troppo rischioso farlo ora. Solo se va benissimo il film”. E per fortuna Jeeg ha fatto cinque milioni, è arrivato il via libera E ora speriamo… ». Ieri tutti i riflettori erano per Chiamami col tuo nome, ultima fatica del regista siciliano Luca Guadagnino, che concorre per il premio del pubblico della Panorama Special. Adattamento del romanzo omonimo di Andrè Aciman, il film che lo scorso mese conquistò la critica del Sundance Film Festival è tornato a convincere: al centro della vicenda una profonda storia d’amore omosessuale consumata nel giro di un’estate. Ha commentato lo stesso Guadagnino: «Volevamo fare un film il più possibile semplice, volevamo che la storia e i personaggi respirassero. La musica ha un ruolo centrale nella pellicola. Come tradurre in modo cinematografico il narratore letterario? Abbiamo deciso di usare un narratore onnisciente, aggiungendo una sorta di commento musicale. Così mi è venuto in mente Sufjan Stevens, un grande artista. Gli abbiamo chiesto di comporre una canzone per il film, lui ce ne ha date due, più alcune riletture per piano». In ultima battuta, va annoverata la presenza dell’Alto Adige Film Commission per l’apporto dato al film Amelie Rennt di Tobias Wiemann, il quale concorre nella sezione Generation Kplus, adibita esclusivamente a bambini e ragazzi.

di Francesco Milo Cordeschi

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