LOST RIVER di Ryan Gosling (2014)

Billie vive insieme ai suoi figli – l’adolescente Bounce e il piccolo Frankiea Lost River, città abbandonata a sé stessa, che sta lentamente morendo. Quando le comunicano che la sua casa verrà presto espropriata dalla banca e demolita per mancato pagamento, Billie accetta la proposta del nuovo direttore di filiale di lavorare in un nuovo locale di sua proprietà: qui si mettono in scena sketch alla grand guignol, cruenti e senza confini etici. Nel frattempo Bounce, preoccupato per le sorti della madre, cerca di racimolare qualche soldo trafugando rame dalle case abbandonate ma, così facendo, si fa nemico il bullo della città (Bully, appunto). La desolata Lost River è così chiamata per la sua vicinanza a un fiume attorno al quale esisterebbe una maledizione. Esondato anni prima a causa della costruzione di un bacino artificiale, ha sommerso parte della città e un museo paleontologico. L’unico modo per liberarsi della maledizione è riportare in superficie un oggetto sommerso: la testa di un mostro (titolo del film, in origine, doveva essere, infatti, “How to Catch a Monster”). Bounce (Iain De Caestecker) decide di affrontare questa missione, riuscendo alla fine a sbarazzarsi anche dello psicopatico Bully. Al suo esordio da regista (non solo, per non farsi mancare nulla è anche sceneggiatore e produttore), Ryan Gosling mostra inaspettatamente un’indole cupa e presenta un’opera confusa, angosciosa, una trama senza obiettivi e uno stile composito, ma privo di organicità. Il film è, secondo quanto affermato da lui stesso, ciò che avrebbe voluto (egoisticamente) vedere da spettatore. Ci presenta un puzzle di citazioni dei suoi cineasti di riferimento, da Lynch a Malick, passando per Bava, Argento… e l’immancabile Refn, che nel 2011 lo rese protagonista del suo capolavoro Drive. Un collage di luci al neon, scenografici incendi, sadismo, silenzi, riferimenti cromatici, atmosfere e figure umane distorte da gusci in plexiglass opaco… punti di partenza a cui, tuttavia, non segue il tocco personale del Gosling-autore, fatta forse eccezione per un utilizzo calibrato della musica. In uno scenario post-apocalittico che cozza con un finale fin troppo lieto per essere accettato (rompe la maledizione e poi se ne va da Lost River? Ma perché?), si distinguono la fotografia impeccabile di Benoît Debie e la recitazione del cast, a cui il divo – distinguendosi dal conformismo dell’industria cinematografica – avrebbe lasciato la libertà di esporsi con improvvisazioni e una partecipazione quasi co-autoriale; ottenendo, e questo gli va concesso, risultati eccellenti, tra cui quello di Christina Hendricks (Billie), Saoirse Ronan e Matt Smith (Bully, per molti meglio noto come Doctor Who). Non è escluso che in futuro, con una dose minore di autoreferenzialismo, egli possa presentare opere di una certa qualità. Ma, nel frattempo, noi Gosling lo preferiamo attore.

di Cristina Morra

Lascia un commento