PEE-WEE’S BIG ADVENTURE di Tim Burton (1985)

, Grandi Esordi

L’eccentrico Pee-wee è felice nel suo mondo fatto di giochi e scherzi infantili. Il suo unico orgoglio è la sua nuova, fiammante bicicletta. Quando questa gli viene rubata, intenzionato a tutti i costi a recuperarla, intraprenderà un viaggio rocambolesco attraverso l’America. Alla ricerca di un lungometraggio con cui potersi, finalmente, mettere alla prova come regista, il giovane Tim Burton non poteva trovare personaggio più affine alla sua personalità di quello di Pee-wee Herman, inventato e reso noto da Paul Reubens in uno show televisivo degli anni ’80. Pee-wee, inquietante e ingessata versione del vagabondo Charlot, diventa ispirazione per realizzare un dissacrante e parodico gioco meta-cinematografico. Quasi alla maniera di una moderna slapstick comedy, egli è inseguito nelle sue pantomimiche avventure da una musica orchestrata, che sembra inquadrare ogni suo gesto in una coreografia. S’improvvisa nuovo Humphrey Bogart per respingere le avances di Dottie, dolce ragazzetta che con lui, lupo solitario, non dovrebbe avere niente a che fare e, poi, intraprende un viaggio on the road con tanto di autostop. Incontra il fantasma di una camionista, ha un dialogo pieno di doppi sensi con una cameriera insoddisfatta dalla vita, vince un rodeo in Texas e viene innalzato ad eroe, dopo aver salvato degli animali da un negozio in fiamme. Il gioco viene svelato quando viene a sapere che la sua amata bicicletta si trova su un set della Warner Bros. a Hollywood ed è qui che, dopo averla recuperata, si dà ad una ridicola fuga, espediente che smaschera quello che davvero è il cinema: un’industria che fa di una banale storiella un film di spionaggio, che realizza un doppiaggio poco credibile della realtà, che trasforma pupazzi mossi da dei fili in draghi in lotta, sullo schermo. Tutto ciò, aggiunto all’abbozzo di quelle atmosfere distorte, quasi da incubo, che verranno sviluppate nella sua filmografia successiva, potrebbe far diventare l’opera prima di Tim Burton la chiave di lettura di una sua probabile visione d’autore per cui tutto non è altro che banale artefazione: nel cinema è inutile ricercare il realismo.

di Cristina Morra

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