Quanto un buon trailer incide sulla promozione del proprio esordio?

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Non riesco neanche a contare le volte in cui ho comprato un libro perché attratto dalla copertina, non sapendo neanche di cosa trattasse. A voi capita mai? Beh, per un film funziona più o meno nello stesso modo. C’è da dire, però, che nel mio caso la situazione è leggermente diversa perché per il cinema nutro un amore profondo, quasi ossessivo, come credo la maggioranza di voi che state leggendo queste righe. Alcune volte, quindi, non guardo neanche i trailer, talmente sono convinto di ciò che andrò a vedere. Ma io rappresento l’ago nel pagliaio, l’eccezione. La maggioranza degli spettatori, invece, basa la scelta del film da vedere quasi completamente sul trailer o sul vip di turno. Citando il buon vecchio Moretti: «Sa cosa stavo pensando? Io stavo pensando una cosa molto triste… Io credo nelle persone. Però non credo nella maggioranza delle persone. Mi sa che mi troverò sempre d’accordo e a mio agio con una minoranza». Come in tutte le cose, esistono delle incoerenze, delle assurdità che mi fanno ribollire il sangue. Ad esempio, anni fa ero al cinema a vedere The Tree of Life di Terrence Malick e una persona, seduta proprio davanti a me, fa sapere a tutta la sala che non pensava fosse «un film così palloso». Ecco, allora io mi domando: “Ma hai visto il trailer? Ti sei informata su chi fosse il regista oppure hai sbavato solo perché nel cast c’era Brad Pitt?”. È come essere amante dei thriller e andare a vedere Muccino. Eppure le informazioni e gli strumenti per informarsi non mancano, no? Facciamo un passo indietro. Avete presente la persona che, per strada, ti si avvicina per tentare di convincerti ad entrare in un locale? In gergo, si chiama il “buttadentro”. Il trailer è proprio questo. È l’antipasto che farà apprezzare, poi, tutte le portate successive. È la ciliegina rossa che si assapora prima di scolarsi un Sex on the beach. Ma è sempre così? No, assolutamente no. Perché il trailer può essere infame e bastardo. E fidatevi lo è 999.999 volte (altra citazione, vediamo chi indovina). Ognuno di noi è stato truffato, almeno una volta nella vita, da un trailer. Ci siamo affidati troppo a quel mezzo comunicativo, alzando le nostre aspettative fino all’inverosimile, a tal punto che, una volta arrivati a metà film, l’unica domanda che ha iniziato a frullarci nella testa è stata: “Quando cazzo fanno l’intervallo? Così mi alzo e vado via”. Per lo spettatore medio di cui parlavamo poc’anzi (cioè per chi decide il film poche ore prima di entrare in sala o addirittura in fila, mentre aspetta di fare il biglietto), il trailer rappresenta la Bibbia, il Corano, la Bhagavadgītā della religione filmica. E per i produttori e i distributori tutto ciò è utile perché quello che ci sarà dopo, cioè il film nudo e crudo, conta poco. Ormai gli spettatori avranno pagato e messo piede in sala e al limite potranno soltanto lanciare tre o quattro imprecazioni per aver sprecato i loro soldi. Première, articoli, backstage, interviste, curiosità, clip, trailer e che altro? Una domanda sorge spontanea. Quante cose vediamo prima di sederci in sala? Tante. Forse troppe. Ormai andiamo al cinema solo per sapere come va a finire il film perché siamo curiosi. E questa è una cosa che odio dei trailer: ce ne sono alcuni che durano quanto un cortometraggio e ti sbattono in faccia le migliori inquadrature, impunemente. È pur vero che, al giorno d’oggi, il trailer non è che una piccola parte di tutta la comunicazione che ruota attorno all’uscita di una nuova opera. Pensiamo solo alla promozione personale che fanno gli attori noti, caricando su Instagram qualche foto “vedononvedo”. Ma, nonostante tutto, il trailer per me rappresenta unarte. Chi come mestiere “fa i trailer” incarna il ruolo di moderno prestigiatore, che con le sue abilità da mago dell’immagine e dei suoni può farti credere che Drive di NWR sia un film alla Vin Diesel, quando invece ti ritroverai davanti agli occhi una pellicola d’autore. Ma è cosa buona e giusta? No. Cari produttori e cari montatori di trailer, non potete prenderci così per i fondelli giustificando il vostro modus operandi con la scusa del dover vendere. Quante domande nascono prima di mettersi al lavoro su un trailer o anche durante? Moltissime, di sicuro. Ci s’interroga sul messaggio da comunicare, su quanto rivelare della trama, sui colpi di scena, su cosa mostrare e cosa non mostrare, sulle inquadrature da sacrificare e quelle da mantenere. E per le opere prime? Se un trailer è fondamentale per qualsiasi opera cinematografica, quando si tratta del primo lungometraggio dato in pasto agli occhi degli spettatori esso risulta imprescindibile. Come non citare l’esempio di Mainetti e del suo Jeeg Robot, esordio per il quale la comunicazione promozionale è stata molto intensa nei mesi e nei giorni precedenti l’uscita e tutto ciò ha portato ad accrescere curiosità e aspettativa nel pubblico. Ma per un’opera prima non basta portare gente in sala. Un regista esordiente non ha ancora raggiunto la vetta della montagna, ma si trova nei primi metri della scalata e non gode dell’esclusiva di giocarsi il privilegio della notorietà. Per intenderci, il Pieraccioni o la banda milanese di Al John e Jack puntano ormai tutto sul trailer, infinocchiandoci nel migliore dei modi perché sanno benissimo che le idee scarseggiano e che non gli rimane altro che giocarsi un bluff. Per le opere prime, dicevamo, occorre eseguire una seconda mossa decisiva, una combo per completare la missione: riuscire a creare un buon passaparola, che di conseguenza porterà con sé pubblico, incassi, notorietà e probabilmente, qualche anno dopo, anche l’uscita dell’opera seconda.

di Simone Corallini

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