L’UOMO GIUSTO di Toni Trupia (2007)

, Opere Prime

Giovanni è un settantenne vedovo, che gioisce dei risicati momenti passati in compagnia del suo nipotino e di una figlia sempre troppo indaffarata e nervosa. Irina è un’immigrata russa, giunta da poco in Italia in cerca di condizioni di vita e lavoro migliori. I due s’incontrano per caso e si scelgono per assecondare ciascuno i propri interessi, rispettivamente il desiderio di non morire in solitudine e il bisogno di uscire dalla clandestinità. L’esordio cinematografico di Toni Trupia narra una storia che, per quanto possa essere all’ordine del giorno, riesce ancora a rendere increduli: la bella straniera opportunista avvicina e conquista la fiducia di un anziano solo, in pensione, diventandone la nuova compagna di vita. Nella cornice di una Roma/Italia messa in piedi ricorrendo a quelli che, ormai, appaiono come logori stereotipi (dal barbiere napoletano che fa le schitarrate per la città ad un’indefinita nuova generazione, vergognosamente irrispettosa dei “bei valori di una volta”), agonizza qualsiasi tentativo di rendere reale e non semplicemente verosimile una vicenda che, in sé e per sé, avrebbe solamente chiesto un po’ di coraggio in più. A nulla, infatti, servono la concretezza delle scenografie, scarne di dettagli ma ricche di onestà, né tantomeno i barlumi di verismo psicologico che toccano qua e là i personaggi (la figlia – un’energica Paola Minaccioni – che da indifferente diventa improvvisamente amorevole e gelosa nei confronti del padre, “minacciato” dalla sospetta ragazza dell’est). Essi diventano, così, interessanti, ma solo in potenza. Persino per i protagonisti vale questa ambigua alternanza tra luogo comune e ricerca di umanità. Il finale, uno scontro quasi trash e sicuramente poco armonioso tra tensione noir e patetico melodramma soap-operale, è il perfetto esempio di come lo sforzo di conferire dignità ad un personaggio si esaurisca, invece, in uno scontato scrupolo di realismo commovente; espediente, questo, che risente, forse, dello zampino filoteatrale di Michele Placido, presente tanto nella carriera di Trupia quanto nella stesura della sceneggiatura del film. Registicamente ancora piuttosto acerbo, L’uomo giusto consta di numerosi sperimentalismi che, per quanto sporchi e non troppo coerenti fra loro, mostrano un’indole autoriale che spinge per trovare una sua individuale espressione.

di Cristina Morra

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