IN A LONELY PLACE di Davide Montecchi (2015)

, Opere Prime

Il film narra dell’incontro tra un uomo e una donna all’interno di un vecchio albergo abbandonato, deserto e spettrale. I due sembrano già conoscersi, tra loro c’è una certa confidenza. Il motivo dell’appuntamento è uno shooting fotografico, del quale lui sarà autore e lei modella. Apparirà ben presto chiaro, però, che l’uomo ha ben altre intenzioni e la situazione prenderà una piega parecchio angosciante. In a Lonely Place è un horror estremamente curato. Il regista Davide Montecchi dimostra, fin dalla prima scena, di conoscere alla perfezione gli stilemi del genere e di avere grandissima abilità nell’utilizzarli. Montecchi ama i lenti movimenti di macchina e usa in maniera raffinata l’ambientazione, sfruttandone tutti gli spazi e non sbagliando un’inquadratura: non si fa alcuno scrupolo nell’aggredire gli attori con dei primissimi piani dall’effetto spiazzante per poi lasciarli fermi e tramortiti in perfetti campi medi. Il film è caratterizzato da un uso surreale dei colori e della luce, opera di un abile direttore della fotografia, che fa emergere una realtà onirica e sospesa: i colori hanno i toni dell’ocra, con chiaroscuri molto marcati e la luce è lasciata filtrare, riverberarsi e riflettersi su ogni superficie. La riflessione sembra essere un’ossessione per il regista perché la usa di continuo, fin quasi ad abusarne. Specchi, superfici riflettenti, attraverso cui lo spettatore coglie l’azione, sono gli escamotage per sottolineare una delle grandi tematiche del film, ovvero il tema del doppio, l’impossibilità di definire i personaggi come individui singoli e ben delineati, la schizofrenia. Thomas è un folle psicopatico, innamorato di Teresa, con la quale cerca un rapporto amoroso profondo. Teresa, invece, è la sua malcapitata vittima. O forse no. Del resto perché una donna all’apparenza tranquilla e lineare come lei dovrebbe essere attratta da un uomo palesemente inquietante come lui?
In a Lonely Place non è un film di immediata interpretazione, o per lo meno non lo è stato per me. La prima visione mi ha lasciata non poco interdetta, quasi spiazzata. La prima parte del film è piuttosto lenta. Il regista allunga le scene a dismisura, ripete ossessivamente sequenze e frasi, torna più volte su cose già viste. L’effetto è sì straniante e ben si sposa con la situazione psicologica e con i personaggi, ma a volte c’è la sensazione che si siano “aggiunti” minuti per arrivare al lungo. In due/tre momenti, anzi, si avverte il rischio che il film fatichi ad andare avanti. Accade, però, qualcosa di inaspettato e il film riparte e cambia, facendo un miracolo, ovvero quello di far credere tutto e il contrario di tutto. Il risultato finale è un’opera che sì spiazza e lascia devastato lo spettatore, ma che merita la visione, anche solo per la cura e la dedizione profuse da chi l’ha realizzata, elementi che traspaiono chiaramente.

di Beatrice Bosotti

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