FRUITVALE STATION di Ryan Coogler (2013)

Fruitvale Station rappresenta per Ryan Coogler il debutto nel lungometraggio sia per quanto riguarda la sceneggiatura sia per la regia. La pellicola è tratta da una storia vera: l’omicidio di Oscar Grant, ragazzo afroamericano di ventidue anni, per mano della polizia della California, durante la notte del primo gennaio del 2009. Dal punto di vista della denuncia sociale, il film sembrerebbe parziale e circolare: inizia e si conclude con immagini che documentano la brutalità del fatto di cronaca. Sullo sfondo di una tematica attuale, delicata e di rilevanza sociale, il regista sceglie di raccontare la storia di Oscar, partendo dal 31 dicembre, giorno del compleanno della madre. Nella maggior parte degli 85 minuti viene data particolare rilevanza ai comportamenti con cui il protagonista prova a riscattarsi e a rimediare agli errori commessi in passato. Tentativo che fallisce a causa di una rissa in cui Oscar viene coinvolto, risultando colpevole senza possibilità di appello, per un pregiudizio razziale di fondo. Le scelte narrative di Coogler risultano efficaci nell’ottica di un’indagine realistica, poiché esplorano la quotidianità del ragazzo e fanno in modo che lo spettatore sia onnipresente nella sua vita: dal momento in cui si lava i denti insieme alla figlia fino a quello in cui prova a riottenere il posto di lavoro o tenta invano di salvare un cane, che è stato appena investito. Questi episodi delineano precisamente il profilo psicologico del personaggio, interpretato magistralmente da Michael B. Jordan, e rendono inevitabile il coinvolgimento emotivo dello spettatore, che sarà presente anche in quella sala d’attesa d’ospedale, il fatidico primo gennaio 2009. Parafrasando parte di un articolo apparso sul quotidiano “Toronto Star”, potremmo dire che l’attore interpreta Oscar con il cuore e il fascino necessari a farci sentire vicino a lui. La tensione, costante e coerente, viene esasperata nel finale drammatico e in alcune scene chiave che lo introducono, come ad esempio un’inquadratura statica nella stazione, mentre il treno sta lasciando la banchina, a voler preannunciare e insinuare il senso di spavento e angoscia che sopraggiungerà di lì a poco. Un formato noto, ma da pochi affrontato, che per la tematica principale può ricordare L’odio di Kassovitz, ma da cui si differenzia sotto molti aspetti, sia stilistici sia narrativi. Un tipo di tematica che fa nascere nello spettatore un sentimento di rabbia e di impotenza, che, nel finale del film di Coogler, culmina nelle immagini di repertorio in cui sono riprese numerose persone che manifestano per chiedere giustizia per Oscar Grant.

di Irene Cocola

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