NUNCA VAS A ESTAR SOLO di Álex Anwandter (2016)

Epicentro della vicenda la duplice storia di un mite dirigente di una fabbrica di manichini e di suo figlio, l’adolescente Pablo, dichiaratamente omosessuale, appassionato di danza e vittima di perpetui bullismi. Ad innescare il cortocircuito sarà un tragico incidente: attorniato da una gang neo-nazista, il ragazzo sarà brutalmente percosso al punto da rimanere sfigurato. Tra i complici del tremendo gesto troviamo anche il suo amante, vile e condiscendente alle regole del branco. Un evento così drammatico da sovvertire l’intero assetto narrativo: la seconda metà della pellicola, di fatto, vedrà protagonista il padre Juan, combattuto tra il metabolizzare lo shock e il fronteggiare un ambiente inaspettatamente ostile. Tra indagini irrisolte, connotate da omertà e ignavia, ed esorbitanti spese mediche, l’uomo dovrà cavarsela da solo. Il tutto sullo sfondo delle pessime condizioni economiche in cui versa. Ispirato al caso del 2012 di Daniel Zamudio, adolescente cileno rimasto esanime a seguito di un duro pestaggio (conoscente per altro dello stesso regista), Nunca vas a estar solo è stato presentato in anteprima nella sezione “Panorama” della Berlinale 2016, riscuotendo il Teddy Jury Award e facendosi, così, strada attraverso numerose altre kermesse di spessore intercontinentale: dal Seattle International Film Festival per approdare in veste di film d’apertura al XV Rome Independent Film Festival, dove ha vinto il Premio al Miglior Lungometraggio Internazionale. Un’opera, a onor del vero, particolarmente importante per lo stesso contesto in cui è prodotta; non tanto per la tematica inscenata, visto e considerato che l’America Latina ad oggi vanta una buona filmografia a sfondo queer e LGBT, quanto per il valore del dramma rappresentato: quello dell’omofobia diviene un problema letto in ottica globale, non più appartenente ad una specifica categoria di individui “subalterni”, ma ad una dimensione sociale che coinvolge chiunque, persino il ceto medio. Ne è la significativa riprova la distanza tra i due protagonisti. Una distanza che, nella tragedia, si infrangerà in nome del dolore e della solitudine, sentimenti che coniugheranno per la prima volta padre e figlio: entrambi saranno, a modo loro, succubi di un mondo insofferente, ingiusto e ghettizzante. Le fatidiche due facce della stessa medaglia. Non prostrandosi ad alcuna falsa retorica e vittimismo, l’opera prima del cileno Álex Anwandter racconta con estrema genuinità e con mirabile vicinanza una storia collettiva: «Non si tratta solo di un ragazzo», ha dichiarato. «Si tratta di molti ragazzi e ragazze, di uomini e donne. E quella che dovremmo osservare più attentamente non è la vita di alcuni ragazzi, è la nostra: noi che permettiamo che tutto questo si ripeta ancora e ancora».

di Francesco Milo Cordeschi

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