Il 2016 di Opere Prime: l’incanto degli esordi

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Per alcuni saranno solo film, ma per molti altri sono vita. Dietro ogni lungometraggio c’è un sofferto microcosmo di sogni, sacrifici e ambizioni, inciampi, dubbi e lotte. Giungere alla fine del cammino richiede tempo, dedizione e passione. Tutto questo diventa ancor più complesso e speciale quando il lungometraggio in questione è un’opera prima. La magia degli inizi ha un inconfondibile fascino. Il primo passo, il primo amore, il primo film. Affacciarsi al meraviglioso, mutevole e tremendo mondo delle immagini in movimento, aggrappati ad una sola fiduciosa speranza, quella di incontrare occhi voraci, spettatori attenti, con i quali condividere il frutto del proprio travaglio creativo. Con la salda volontà di divenire testimoni di questo ribollente magma umano e cinematografico, il 18 febbraio 2016 è nata Opere Prime. Sono stati tanti gli esordi diventati protagonisti sulle pagine del nostro magazine. Abbiamo visto, seguito, discusso svariati debutti, puntando i riflettori su ognuno di loro. È stato un anno intenso e ricco di sorprese. Ad inaugurarlo il successo di Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, una ventata d’aria fresca che ci ha accompagnato anche nei mesi successivi, quando ancora ci risuonavano nelle orecchie le performance canore dello Zingaro, mentre ci tuffavamo nelle nuove uscite. Tra marzo e aprile ci siamo immersi nell’incerta precarietà di tre giovani destini intrecciati in WAX – We Are the X di Lorenzo Corvino; abbiamo affrontato la paura del cambiamento e la potenza dei legami affettivi in Banat – Il viaggio di Adriano Valerio; abbiamo celebrato l’amore per il cinema e per l’incontenibile vitalità della sala ne L’universale di Federico Micali e la libertà di esprimere sé stessi attraverso la musica in Appena apro gli occhi della regista tunisina Leyla Bouzid. A maggio Enrico Iannaccone ci ha condotto ad esplorare l’universo cinico e sornione di una manciata di napoletani disillusi con La buona uscita, mentre in Fräulein – Una fiaba d’inverno Caterina Carone ci ha raccontato con ironica leggerezza il disgelo emotivo della “signorina” del titolo. Giugno, invece, ha visto debuttare il giovane Ludovico Di Martino con Il nostro ultimo, storia di un viaggio fisico e interiore di due fratelli, da poco rimasti orfani di madre e costretti a fare i conti con il proprio forte senso di colpa. Nello stesso mese ha esordito anche Simone Manetti con Goodbye Darling, I’m Off to Fight, documentario che si è guadagnato, a settembre, la copertina del nostro primo numero cartaceo, dove campeggia Chantal Ughi sul ring, mentre si prepara a combattere, proprio come ogni opera prima deve esser pronta a lottare per farsi largo nel panorama cinematografico. L’autunno è stato, poi, aperto da Le ultime cose di Irene Dionisio, delicata indagine sul valore della memoria, dell’identità e delle scelte personali, tra piccoli oggetti e piccole vite. Ad ottobre è stata, invece, la volta di un debutto internazionale, un’opera che ha affrontato un tortuoso percorso realizzativo e produttivo, Mine di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, storia di un soldato bloccato su una mina antiuomo e intelligente metafora della stasi forzata a cui sono stati costretti i due autori nel corso della loro carriera, muovendosi in un’industria cinematografica che non hanno esitato a definire un vero e proprio «campo minato». Anche nell’ambito dei festival, tra ottobre e novembre, c’è stato molto fermento e titoli interessanti, come Una di Benedict Andrews, Kicks di Justin Tipping e l’anteprima di American Pastoral di Ewan McGregor, nell’ambito della Festa del Cinema di Roma, Sex Cowboys di Adriano Giotti, Nunca vas a estar solo di Álex Anwandter, Money di Martín Rosete, 1:54 di Yan England e Toto di John Paul Su, sugli schermi del RIFF invece. Il mese di novembre, inoltre, si è aperto e concluso con due notevoli debutti italiani: La ragazza del mondo di Marco Danieli, storia d’incontro e affinità tra due mondi opposti e per molti inconciliabili, e Il più grande sogno di Michele Vannucci, un vivido spaccato di vita, nella periferia romana. Dicembre ha visto, invece, protagonista un film d’animazione, La mia vita da Zucchina di Claude Barras ed è proseguito con l’approdo in sala di due opere già passate per la Festa del Cinema di Roma: The Birth of a Nation di Nate Parker e Lion di Garth Davis.
Ogni film, una storia. Ogni storia, un mondo. Sale buie. Occhi che si animano. Pensieri che si affollano. Abbiamo citato solo alcune delle tante opere prime di cui ci siamo occupati in questi mesi. In questo caso, non vogliamo far classifiche perché ogni classifica risulta arbitraria e insignificante. Vogliamo solo parlare di storie, emozioni, personaggi. Semplicemente di film, ciascuno dei quali parla ad ognuno di noi spettatori in modo diverso e, senza riuscire a spiegarci bene il perché, alcuni arrivano dritti alla nostra anima. Oltre a voler dar spazio e prestare attenzione ai debutti dei giovani autori, noi di Opere Prime abbiamo scelto di fare qualcosa in più: offrire un’opportunità anche ai potenziali nuovi autori emergenti. Come? Attraverso il Pitch in the Day, un’iniziativa che lo scorso anno ha permesso ai partecipanti più meritevoli di esporre il proprio soggetto a più di venti importanti produzioni e che si rinnoverà anche nel 2017. “La nostra vita è un’opera d’arte – che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no. Per viverla come esige l’arte della vita dobbiamo – come ogni artista, quale che sia la sua arte – porci delle sfide difficili (almeno nel momento in cui ce le poniamo) da contrastare a distanza ravvicinata; dobbiamo scegliere obiettivi che siano (almeno nel momento in cui li scegliamo) ben oltre la nostra portata, e standard di eccellenza irritanti per il loro modo ostinato di stare (almeno per quanto si è visto fino allora) ben al di là di ciò che abbiamo saputo fare o che avremmo la capacità di fare. Dobbiamo tentare l’impossibile. E possiamo solo sperare – senza poterci basare su previsioni affidabili e tanto meno certe – di riuscire prima o poi, con uno sforzo lungo e lancinante, a eguagliare quegli standard e a raggiungere quegli obiettivi, dimostrandoci così all’altezza della sfida.” Così scriveva Zygmunt Bauman, filosofo polacco recentemente scomparso, ne L’arte della vita. Il 2017 è da poco cominciato e l’unica certezza che abbiamo noi di Opere Prime, e che condividiamo insieme a tanti appassionati cineasti, è una gran voglia di tentare l’impossibile.

di Camilla Di Spirito

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