Propositi per il 2017. Cosa deve tornare ad essere il produttore per l’autore emergente, e viceversa

Com’è stato segnalato a più riprese quella del 2016 è stata un’annata oltremodo appagante per il nostro cinema. I mesi venturi, pertanto, si aprono con i migliori presupposti. Ciò che senza ombra di dubbio ha destato maggior fascinazione, e nella critica e nel pubblico, sono state le notevoli innovazioni applicate sul piano stilistico-narrativo. Perfetti sconosciuti cade perfettamente a proposito: trame apparentemente scontate sul piano drammaturgico, che però stravolgono il sistema narrativo con nuove soluzioni diegetiche. La frase forse più emblematica dell’anno, che racchiude appieno l’essenza dell’era post-narrativa, è quella del critico Gianni Canova: «Don Chisciotte vede una marmitta, la prende, se la mette in testa e la trasforma in elmo. Questo, secondo me, è il gesto creativo: fare irrompere il nuovo in qualcosa di vecchio». Le opere di finzione, ma non solo (si veda l’ultimo Fuocoammare di Rosi), che hanno maggiormente convinto quest’anno, sono proprio quelle che hanno saputo sapientemente interpretare tale assunto. Tra queste spicca, per ovvie ragioni, Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti: il film italiano più premiato, tra i più gettonati al box office (poco più di 5 milioni di incassi) e, soprattutto, l’opera prima più travolgente dell’ultimo decennio. Siamo, però, così certi che il cinecomic all’italiana del regista romano esprima la sua novità esclusivamente sul piano creativo? In occasione della cerimonia di premiazione degli ultimi David di Donatello, pochi hanno considerato un aspetto a dir poco intrigante: Mainetti ha sì vinto in qualità di miglior regista esordiente ma, prima ancora, era stato insignito di un altro riconoscimento, per cui forse varrebbe la pena attestargli ancor più merito, quello al miglior produttore. «Ho fatto questo film contro tutti e tutto», scandiva tempo fa l’autore in un’intervista. «Tre anni fa presentai l’idea ad un produttore, di cui preferirei non fare il nome. Mi consigliò caldamente di accantonare il progetto per dedicarmi ad altro. Un film del genere, a suo giudizio, in Italia non lo avrebbero mai e poi mai sostenuto. Ecco, in quell’istante capii che avrei dovuto fare tutto da me». Per cui, non c’è da stupirsi se pochi giorni fa su La Stampa Gianmaria Tammaro non ha esitato a definire la pellicola «la più importante dell’anno», precisando: «Non il film più bello e nemmeno il migliore, ma il più importante». Perché dietro ogni film, che sia un debutto o meno, c’è sempre una lavorazione: ebbene, quella di Jeeg Robot è stata assai tortuosa, nonostante a suo favore abbia trovato la partecipazione di Claudio Santamaria. Da lì si è poi susseguita un’ascesa per i più inaspettata, dettata spesso da mirabili e opportuni colpi di fortuna. Si veda la lungimiranza di Antonio Monda che, da Direttore Artistico della Festa del Cinema di Roma, reclutò il lungometraggio per la sezione Alice nella città. Sorge a questo punto spontanea un’osservazione: è interessante constatare come il film che, come ormai ribadito da mesi, ha gettato speranza su nuovi ipotetici immaginari, sia frutto di un lavoro prevalentemente autoprodotto. Lungi da qualsivoglia criticismo polemico, c’è da riconoscere che, se da un lato c’era il serio intento di innovare, scardinando gli automatismi e lo status quo, dall’altro c’era pur sempre un’industria serrata nel proprio timore. Il timore di un rischio che, nel corso degli ultimi anni, ha fatto sì che lavori obsoleti venissero preferiti a delle idee originali. Da tale osservazione, cui è personalmente difficile discostarsi, sorge un interrogativo più che lecito: chi è il produttore? Cosa deve tornare ad essere un produttore per un autore, specie se esordiente, e viceversa? Nell’epoca post-sperimentale, dove a troneggiare è l’alta definizione e, come ben suggerito da Simone Isola sul nostro primo numero cartaceo, «pochi registi esordiscono grazie all’interesse di un grande produttore», occorrerebbe riflettere molto più in merito. Il tutto a fronte della poca fiducia nei riguardi delle diverse fonti di finanziamento da parte degli autori emergenti. Fatalità vuole che alcuni degli esordi finora più apprezzati nei festival siano opere tendenzialmente autoprodotte, le quali ricalcano a tratti il prototipo di Spaghetti Story: si può partire da Il nostro ultimo di Ludovico Di Martino per arrivare a Sex Cowboys di Adriano Giotti, fresco vincitore del XV RIFF. Quest’ultimo, stanco dei tempi ministeriali e contestualmente poco seguito nell’ambito logistico-produttivo, se non nell’ultima fase di lavorazione da Marco Puccioni, ha deciso infatti di dar prova di sé investendo il fatidico tutto per tutto. L’auspicio forse più rilevante per il 2017 è che, sull’onda dello spirito propulsivo dei nuovi “orizzonti” di cinema (si tratti di un esordio come Jeeg Robot o di opere mainstream) e nella speranza che la nuova Legge Cinema possa agevolare tale processo (ci si aspetta più coraggio soprattutto dalle grandi produzioni, favorite dai nuovi meccanismi di finanziamento statale), il produttore possa tornare liberamente ad adempiere al proprio ruolo, rendendosi così garante non solo del film in sé ma, cosa più importante, dell’intento autoriale. Un auspicio da noi di Opere Prime già sostenuto e a cui speriamo di dar nuovamente seguito anche, e soprattutto, in vista della seconda edizione del Pitch in the Day. D’altronde, come sottolineava Alfredo Bini, il cinema ha per sua natura una necessità viscerale di rinnovamento e, talvolta, «bastano piccolissime intuizioni per far sì che la più piccola idea possa diventare un film provocatorio e di successo».

di Francesco Milo Cordeschi

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