CHI LAVORA È PERDUTO (IN CAPO AL MONDO) di Tinto Brass (1963)

, Opere Prime

L’opera che segna l’esordio cinematografico della lunga e prolifica carriera di Tinto Brass è un film unico nel suo genere. Prima di venire rappresentato, è stato bocciato e sottoposto a censura per alcuni contenuti considerati offensivi moralmente e socialmente. In seguito, le critiche cadranno e Brass riuscirà a far uscire il film in versione integrale, cambiando il titolo originale In capo al mondo con Chi lavora è perduto. Protagonista di questa pellicola è Bonifacio, un disegnatore neodiplomato che si aggira per le strade di Venezia cercando di evadere dall’abisso di noia della sua nuova vita da adulto. Questo incessante camminare senza meta sembra una metafora della sua posizione ambigua, a metà tra due mondi in una fase di profonda transizione. Secondo le parole del noto critico Mereghetti, il film anticipa l’Italia del boom e celebra il funerale degli ideali, esaltando una città, in questo caso Venezia, e un paese di edonisti. Gli impegnativi retaggi del passato convivono con le spinte anarchiche e ideologiche che, cinque anni dopo, porteranno all’esperienza del ’68. Nel film queste spinte sono rappresentate dai due amici di Bonifacio, idealisti alla Jacopo Ortis, per questo internati in manicomio. Quale ribellione è possibile? Questa la domanda sulla quale sembra interrogarsi il regista. Si è parlato di “anarchismo umoristico” per definire il carattere peculiare di Bonifacio, che da una parte è consapevole di vivere in un mondo in cui chi si omologa sopravvive, ma che dall’altra non rinuncerebbe mai al suo senso dell’umorismo e alla sua visione unica della vita. Sono interessanti, a questo proposito, le scene oniriche in bianco e nero che vanno a scandagliare i desideri profondi e i bisogni del protagonista. Alla berlina le istituzioni, prime tra tutte Stato e Chiesa, che non hanno mordente né autorevolezza in un mondo che sta stravolgendo le certezze del vetusto Novecento. In molti hanno osservato la vena autobiografica che contraddistingue questa pellicola. Brass appare, inoltre, in un cameo come paparazzo, testimone scomodo di una società che cambia e forse un po’ voyeur del decadimento di un intero mondo. Lo stesso montaggio del film restituisce un flusso di coscienza interrotto soltanto da flashback che raccontano la relazione di Bonifacio con una donna. In fondo, le accuse di offesa del buon costume e di oscenità mosse al film sono ingiustificate. Bonifacio non è né ribelle né tantomeno anarchico, è un uomo impaurito e un po’ sperduto che cerca di farsi coraggio facendo appello a tutte le sue risorse interiori. La sua forza è la sua fragilità. In un mondo in cui persone potenti giocano arbitrariamente con le vite dei più deboli, non rinunciare alla propria dignità e alla propria umanità, con una pernacchia se necessario, è l’unico modo per non soccombere.

di Federica Colombi

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