OMBRE DELLA SERA di Valentina Esposito (2016)

, Opere Prime

L’articolo 27 della Costituzione italiana sancisce che “Le pene (…) devono tendere alla rieducazione del condannato”, ossia devono essere finalizzate a un progressivo percorso di riabilitazione che, dopo aver insegnato al cittadino recluso comportamenti socialmente corretti, dovrebbe permetterne il reinserimento responsabilizzato all’interno della società. L’opera prima Ombre della sera della regista romana Valentina Esposito nasce con lo scopo di raccontare il percorso di reinserimento sia sociale sia professionale che devono percorrere i detenuti italiani. Il film è un progetto di cinema di impegno civile che, alternando la realtà con la finzione, denuncia il non raggiunto obiettivo della pena detentiva. I protagonisti sono cinque ex detenuti della Casa circondariale di Rebibbia N. C., che grazie ai laboratori di recitazione teatrale seguiti in carcere, tenuti dalla stessa Valentina Esposito, sono riusciti a mettere in scena le difficoltà incontrate nella loro vita al di là delle sbarre. In particolare, la regista Esposito, attraverso le storie dei protagonisti, esplora il ruolo centrale svolto dalla famiglia per il nuovo inizio dell’ex detenuto. Oltre ad essere il primo contatto diretto dopo la pena, la famiglia rappresenta anche il luogo, fisico e metafisico, utile a ricostruire gli affetti e le relazioni sociali; un locus amoenus che, dando una motivazione al cambiamento, può accompagnare alla libertà. Non a caso nel film tutti espieranno le proprie colpe, ad eccezione di chi non ha una famiglia che lo aspetti fuori. Se fin dall’inizio la fotografia di Luca Nervegna, cupa e claustrofobica, rende al massimo l’idea della reclusione, pian piano col trascorrere dei minuti tende ad ammorbidirsi fino ad arrivare all’exploit luminoso del finale. Nell’epilogo la Esposito, infatti, rappresenta con notevole lirismo cinematografico la condizione vissuta dagli ex detenuti: i cinque si ritrovano tutti sulla spiaggia di Ostia con i piedi posizionati tra l’acqua e la terra, come metafora di una situazione di stallo, tra il dentro e il fuori.

di Clarice Di Faustino

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