LA PAROLA AI GIURATI di Sidney Lumet (1957)

I dodici giurati popolari di un processo per omicidio di primo grado discutono, dentro una stanza, dell’innocenza o della colpevolezza del presunto omicida, un ragazzo afroamericano di diciotto anni. Le prove sembrano inconfutabili, così come la decisione presa da undici di loro: non c’è dubbio, il ragazzo è colpevole. Il dodicesimo giurato sosterrà la tesi contraria in una violenta lotta tra personalità, pregiudizi e valori morali, perché un solo, ragionevole dubbio possa valere la vita di un giovane. Era il lontano 1957 quando Sidney Lumet (oggi, a pochi anni dalla sua scomparsa, considerato un indiscusso maestro) scioccò il Festival di Berlino con un’opera che, fin dalle sue prime inquadrature, manifesta un tocco registico calibrato e sapiente, in grado di lasciarci intuire immediatamente, con una posa diversa da quella degli altri giurati, la posizione diversa che il giurato numero 8, interpretato da Henry Fonda, manterrà per tutto il film. Un tocco applicato perfettamente allo script originale di Reginald Rose, il quale decide di non svelare mai, per tutta la durata della storia, i veri nomi dei giurati, in modo che lo spettatore continui a identificarli con i numeri assegnatigli dal presidente di giuria. L’efficacia di questo espediente sta nel permettere a Rose e Lumet di mettere in scena non singoli individui, ma dodici differenti categorie umane, perennemente e interiormente combattute tra la via dell’onestà con se stessi e l’offuscamento provocato dai loro radicati pregiudizi, allo stesso modo in cui, esternamente, si lotta per la colpevolezza o l’innocenza del presunto colpevole. È interessante azzardare l’influenza che questo stratagemma narrativo abbia avuto, decenni più tardi, su un giovane Tarantino alle prese con la sua opera prima (Le iene), al punto da identificare i suoi protagonisti con dei colori senza svelarne mai l’identità. L’unico che, fino alla fine, rimarrà fermo sulle proprie convinzioni è il giurato numero 8, la cui fermezza comincerà, poco a poco, a risvegliare l’onestà morale latente in ognuno degli altri undici. Le potenzialità di un’idea forte nelle sue basilari ramificazioni vengono sprigionate, grazie alla maestria registica di Lumet, proprio nella scarnificazione della messa in scena, ridotta a un solo, claustrofobico ambiente e sviluppata nella durata di poco più di 90 minuti, durante i quali l’esperienza di partecipazione emotiva raggiunge le vette di una narrazione epica, all’ultimo sangue e senza esclusione di colpi. Raramente scopriamo (o riscopriamo) un’opera che, a distanza di secoli o decenni, continui a spiazzarci con la strabiliante forza della sua attualità, e quand’è così direi che possiamo mettere da parte le moderazioni intellettuali, e spingerci a definirla come essa merita: un capolavoro.

di Tommaso Del Signore

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