ANIMELAND – RACCONTI TRA MANGA, ANIME E COSPLAY di Francesco Chiatante (2015)

, Opere Prime

Animeland è un viaggio nel mondo del manga, delle anime e dei cosplayer. D’altronde, il titolo non poteva essere più eloquente. Col suo esordio alla regia Francesco Chiatante traccia un excursus non tanto sul fumetto in sé quanto sull’impatto che esso ha avuto, e tuttora conserva, sull’immaginario comune. Sebbene per un lungo periodo abbia dovuto conquistarsi la propria legittimità artistica, l’animazione ha senz’altro giocato un ruolo non indifferente nella cultura di massa, divenendo parte integrante di diversi spaccati generazionali. Un aspetto, quest’ultimo, dagli evidenti connotati sociologici, che trovano conferma nelle testimonianze di Valerio Mastandrea, Paola Cortellesi, Giorgio Maria Daviddi del Trio Medusa, il regista Fausto Brizzi, Caparezza e il fondatore del tokidoki Simone Legno: personalità accomunate dall’anagrafe, cresciuti sotto l’insegna degli sgargianti mecha giapponesi e che, col trascorrere degli anni, si sono trovati a fare dell’arte un mestiere. Tanti i personaggi citati nel documentario, da Heidi a Goldrake, per poi arrivare a Holly e Benji, Ken il guerriero, L’uomo Tigre, Naruto, Lupin, Lady Oscar e via discorrendo. Per conferire al tutto un respiro più critico non potevano mancare i pareri illustri di Luca Raffaelli, Maurizio Nichetti, regista e storico co-autore di Bozzetto, Shinya Tsukamoto, Michel Gondry e l’irrinunciabile Vincenzo Mollica. Scriveva Milo Manara in una recente biografia su Andrea Pazienza: «Quando mi chiedono se il fumetto è arte, allora dico che dipende dal fumettaro, tanto per cominciare. E dopo: se lo è, è un’arte a sé stante che ha poco a che vedere con l’arte figurativa, perché il coefficiente affabulatorio narrativo nel fumetto è fondamentale, cioè ogni vignetta va guardata in relazione a quella che la precede e a quella che la segue, non è come andare a vedere una mostra d’arte in cui un quadro è staccato dagli altri. L’importante nel fumetto è quello che viene rappresentato, quindi è il soggetto del disegno, mentre nell’arte il soggetto è accidentale». È altresì interessante quanto osservato da Raffaelli nel corso dello stesso documentario: fin dai tempi del Pinocchio illustrato del libro Cuore, raramente in Italia si è teso a ricondurre le arti figurative ad una nobilitazione didattica-educativa. Quella del fumetto e dell’animazione è stata una storia assai tortuosa, segnata molto spesso da ingiuste ghettizzazioni. Ad aver indubbiamente sbrogliato la matassa è stato il Leone d’oro alla carriera conferito a Hayao Miyazaki nel 2005, il quale era già fresco dell’Oscar di due anni prima. Uno spartiacque che ha reso finalmente giustizia agli appassionati e che trova oggi, nell’epoca de Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, degli effetti singolari. Il tarantino Chiatante getta uno sguardo personale ai suoi miti d’adolescenza, riuscendo con sorpresa ad estrarne dei sorprendenti risvolti antropologici e sociali. Da lì si dirama una riflessione sul mondo del fumetto tanto ineludibile quanto intrigante. A dispetto di qualche lieve imperfezione tecnica, è un documentario che sa degnamente mostrarsi all’altezza di ciò che racconta, non limitandosi alle mere sovrastrutture del reportage televisivo. Un prodotto che reclama con foga l’originalità degli intenti, di cui è complice la sensibilità dell’autore.

di Francesco Milo Cordeschi

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