LA MÉCANIQUE DE L’OMBRE di Thomas Kruithof (2016)

Un contabile di mezza età, ex alcolista, da tempo in cerca di un impiego, accetta di lavorare per una misteriosa organizzazione che gli chiede di trascrivere delle intercettazioni telefoniche. Rimarrà invischiato in un pericoloso intrigo politico che vede coinvolti i servizi segreti francesi. La mécanique de l’ombre sembrerebbe un film sul dramma del mercato la mécanique de l'ombredel lavoro, sulla difficoltà di reinventarsi quando si ha una certa età, sulla disperata ricerca di una nuova occupazione. Un’opera incentrata sulla figura di un uomo stanco, provato dalla vita aziendale e privata tanto da inabissarsi nell’alcool, nel tentativo disperato di dare di nuovo un senso alle proprie giornate. Con forti richiami a Le vite degli altri e a La conversazione, il film, invece, è una spy story claustrofobica in cui Duval si ritrova, suo malgrado, avvolto come in una ragnatela. Lui non sa e non vuole sapere che le intercettazioni telefoniche riguardano grandi personaggi della politica francese, servitori dello Stato, poteri oscuri che resistono a ogni stagione, a ogni governo. Vuole solo lavorare. Il resto non lo riguarda. Lo squilibrio tra l’uomo qualunque e l’apparato dei servizi segreti deviati non è fine a se stesso, ma è metafora di oggi, della distanza fra la vita che ci raccontano dai piani alti e la vita reale. È un film poliziesco che si alterna a dramma, in cui la colonna sonora sottolinea in maniera particolare i forti momenti di suspense. È un thriller paranoico, dove nessuno può fidarsi di nessuno, nemmeno di se stesso, con una bassa ritmicità e una bassa densità di scene. Fin qui sembrerebbe tutto bene. Peccato che tutto il film si regga su un equilibrio alquanto precario, minato da un finale che sembra quasi appiccicato, come se fosse preso in prestito da un altro film. Il lavoro di Kruithof, in realtà, non è un lavoro complesso: la regia è funzionale ed esaustiva, il film non presenta alcuna forma dioff_lamechaniquedelombre_01 sofisticatezza stilistica, nonostante la bellissima fotografia, ombrosa ed algida, e le ambientazioni che sottolineano ancor di più l’animo dei vari personaggi. Tutto risulta tenuto insieme dalle grandi prove attoriali di Cluzet in primis, non dimenticando anche Podalidès e Bouajila (quasi volutamente inespressivo). Peccato poi per il personaggio di Sara, interpretato da Alba Rohrwacher, che sembra stare lì, senza alcuna funzione. Il film è però una buona prova per Kruithof, che si rivela un regista preparato e capace e fa sperare che in futuro oserà di più.

di Beatrice Bosotti

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