Adriano Giotti, il cinema del «Do it yourself». Intervista all’autore di “Sex Cowboys”

, Fatti di cinema

32 anni, fiorentino ed ex bassista di una band hardcore punk: questo il profilo di Adriano Giotti. Durante e dopo gli studi di sceneggiatura presso la Scuola Holden, dove conosce Alessandro Baricco, dirige più di ottanta videoclip musicali e diversi cortometraggi, molti dei quali verranno insigniti di menzioni e riconoscimenti. La sua opera prima Sex Cowboys, girata negli scorsi mesi, si è accaparrata fin da subito l’interesse del regista e produttore Marco Simon Puccioni, il quale tuttora continua ad aderire entusiasticamente al progetto. Presentata a novembre in anteprima al XV Rome Independent Film Festival, la pellicola vince a sorpresa il Premio come Miglior Lungometraggio Italiano, prospettando un futuro denso di buone aspettative. Protagonista principale della vicenda è una coppia di giovani sognatori squattrinati che, a un passo dal perdere il loro appartamento romano, decidono di votarsi al mondo del porno amatoriale e delle chat on demand, nel tentativo di poter finalmente sfondare.

  • L’originalità di Sex Cowboys risiede senz’altro nello stile. Venendo tu dal mondo del punk, potremmo quasi azzardarci a dire che, con questa tua prima prova, il cinema ti abbia “adottato”. Ciononostante, sostieni vi siano delle affinità tra musica e regia. È un rapporto molto intrigante, potresti spiegarcelo più approfonditamente?

Credo che il punk sia il movimento artistico che ha creato più rottura con la minor quantità di risorse. Il punk è “do it yourself”, ovvero “fattelo da solo”: inventarsi il modo, avere stile trovando la propria originalità in se stessi e in quello che si ha a disposizione, fino a fare dell’imperfezione la propria forza. Il punk è una musica viscerale, emotiva, calda e così è il mio stile di regia. Io ho iniziato a realizzare video con zero mezzi a disposizione: solo storia e attori. No carrelli, no luci, no tempo. E come telecamera una vecchia Sony HDV in mano. Questo mi ha costretto a sviluppare la mia creatività facendomi capire cosa era veramente essenziale nel cinema: l’emozione. E trovare il modo più efficace per raggiungerla, ovvero raccontare la realtà. Come il punk, come Bresson: né abbellire né imbruttire. Per tornare alla domanda iniziale, mi piace pensare che io abbia adottato il cinema per esprimermi e non che il cinema abbia adottato me. Avevo bisogno di un mezzo per raccontare le storie che ho esperito o incontrato, le emozioni che ho vissuto, il mondo e i corpi che lo popolano. E così ho iniziato con Sex Cowboys, in perfetta linea con il mio percorso artistico “do it yourself”. Credo, infatti, che sia il film realizzato con il minor numero di risorse (poco più di 5000 euro) e di troupe: solo io, il direttore della fotografia Sandro Chessa, la costumista Serena Cortellessa e il fonico Ivano Staffieri. Un film che è pura espressione, con tutti i vantaggi e i difetti della vitalità, ma che grazie ad una troupe leggerissima, una macchina a mano priva di preconcetti, la versatilità della Go Pro e dei cellulari permette di stare attaccati ai personaggi e dare una “visione con” totalizzante.

  • Una domanda che suppongo ti abbiano già posto: qual è la genesi di Sex Cowboys? Come nasce quest’idea?

Sex Cowboys è nato dalla sinergia che ho visto tra i due attori, Nataly Beck’s e Francesco Maccarinelli, sul set del videoclip che ho girato per gli Hermitage Green “Not your lover”, una band inglese prodotta dalla Sony. Partendo da un canovaccio e poche location eravamo riusciti a realizzare un prodotto cinematografico praticamente con solo loro due, la mia Canon 7D e un 50mm. E così mi sono messo a scrivere, stanco di aspettare i tempi del MiBACT e delle varie produzioni che non leggono i copioni e non rispondono, sicuro che sarei riuscito a girare qualcosa di selvaggio e non addomesticato come la vita e il punk, anche se inevitabilmente imperfetto come il primo film di Van Sant, di Scorsese e di tanti altri registi divenuti in seguito famosi.

  • Come suggeriscono le diciture che accompagnano il trailer di lancio, il tuo è un film “non addomesticato, selvaggio e indipendente”. Penso sia un aspetto che concerne sia il concept sia l’approccio logistico-produttivo. Quanto è stato importante l’apporto di Puccioni? O, meglio ancora, da autore esordiente quanto incide trovarsi a fianco ad un uomo di esperienza, a qualcuno che sposa in toto il tuo stesso progetto?

Sì, come ho detto prima, il film è stato girato con poco più di 5000 euro. In modo totalmente indipendente. Sono un grande estimatore di Cassavetes e, come lui, dalla sceneggiatura sono passato alle prove con gli attori per trovare il modo di rendere il più reale possibile quello che avevo scritto, lavorando sulla loro improvvisazione e sul modo innato che hanno i bravi attori di sentire quello che è reale e quello che non lo è. Gli attori che scelgo, infatti, sono sempre attori di metodo che diventano i personaggi. Così, dopo gli aggiustamenti di scrittura, abbiamo iniziato a girare, carichi di voglia di far cinema, nel modo più potente possibile. Contemporaneamente Marco Puccioni ha letto la sceneggiatura, ha visto il girato dei primi quattro giorni di ripresa ed è stato una mattinata sul set. E dopo un altro paio di giorni, lui e Giampietro Preziosa hanno deciso di entrare nel film con la loro casa di produzione Inthelfilm, promettendo di farsi carico della post-produzione e del lancio. Non ha posto praticamente nessun limite alla mia creatività, ma solo la sua esperienza e il suo occhio su alcune scelte di montaggio per rendere il film ancora più snello e dinamico. Sono davvero felice che abbia messo in regola il film e lo abbia finalizzato, assicurandogli la visibilità che si merita e le chances che abbiamo adesso di distribuzione. È stato davvero importante incontrare persone come lui e Giampietro, soprattutto per un autore esordiente  come me, che al momento di girare non aveva la minima idea di come sarebbero andate le cose dopo.

  • Nel complesso è stato un film difficile da produrre?

La prima difficoltà produttiva l’ho riscontrata in fase di scrittura. Dato che il film è stato pensato e scritto per essere girato con il minor budget possibile, mi sono dovuto limitare molto, quasi evitando di scrivere scene in esterne o in location non vicine alla casa dove sarebbe stato girato quasi l’85% del film oppure scene difficilmente realizzabili per illuminazione o numero di personaggi coinvolti. Inevitabilmente ho dovuto semplificare alcuni passaggi narrativi per ottimizzare la durata delle riprese. Delle sceneggiature che ho scritto, infatti, sono il primo a riconoscere che sia la peggiore. Inoltre, essendo un giovane regista che si mantiene girando videoclip e tenendo corsi di sceneggiatura e scrittura creativa, è stato un sacrificio mettere da parte i risparmi per girare il film e allo stesso tempo è stata una scommessa su me stesso. Ma a parte questo, la parte più divertente e impegnativa, produttivamente parlando, è stata girare Sex Cowboys nella casa condivisa nella quale vivevo. Io e l’attrice protagonista, infatti, ogni mattina ci svegliavamo e tiravamo fuori le attrezzature dallo sgabuzzino e sistemavamo la nostra camera o la cucina o il bagno per girare il film. Nella pausa pranzo cucinavamo per la troupe e poi rimettevamo tutto a posto prima del rientro degli altri coinquilini della casa. Se non è punk questo, cos’altro lo è?

  • A inizio novembre il lungometraggio viene definitivamente ultimato e, in poco più di un mese, viene presentato ad una delle vetrine più singolari del cinema indipendente (il RIFF), aggiudicandosi oltretutto il Premio al Miglior Film Italiano. Te lo aspettavi?

Un regista segretamente spera sempre di essere premiato, ma davvero non me lo aspettavo. Gli altri film in concorso vantavano attori conosciuti e budget importanti, storie complesse e interessanti. Ma sono felicissimo che Fabrizio Ferrari e la giuria abbiano colto appieno il nostro film, come hanno scritto nella menzione: «Sex Cowboys mette alla luce con naturalezza un rapporto umano e fragile che sta dietro il porno online. Lo fa con un linguaggio visuale intimo e crudo, attori che osano esporsi sia fisicamente sia emotivamente ed una sceneggiatura priva di cliché». Per noi e per il film è stato importantissimo uscire per la prima volta in sala e ottenere immediatamente un simile riconoscimento.

  • Vi state già muovendo nei meandri dell’ambito distributivo? Quali saranno i vostri passi successivi?

Il premio del RIFF come Miglior Film Italiano è un contratto distributivo, Marco Puccioni e Giampietro Preziosa stanno dialogando per capire in cosa effettivamente consisterà questo riconoscimento. Nel frattempo, altri due distributori si sono interessati al film e stanno facendo le loro valutazioni e noi faremo le nostre per scegliere la miglior strada possibile per il film. Per il momento, di conseguenza, non mi posso esprimere oltre, se non aggiungere che desidero vederlo nelle sale il prima possibile.

  • Personalmente ritieni che il tuo possa essere un prodotto “commerciabile” a tutti gli effetti?

Certo che sì. Il film racconta l’avventura di una coppia di giovani tra le tante che potrebbero vivere in qualsiasi casa di Roma o del mondo, il loro amore sincero e potente e le difficoltà del mondo esterno che ognuno di noi, in un modo o nell’altro, deve superare o ha dovuto affrontare. Ma è un film che racconta tutto questo in modo positivo, a tratti poetico e divertente, offrendo la visione di chi non si arrende e cerca ogni volta una soluzione, invece di perdere tempo a lamentarsi. In definitiva, visto in questi termini, la storia del film è un po’ anche una metafora della sua storia produttiva.

  • Da grande avresti voluto fare lo scrittore ed ora, invece, eccoti qua: nella tua filmografia è appena sbocciato un titolo. Cosa ti porti a casa da un’esperienza tanto nuova quanto inattesa?

Sì, da ragazzino volevo fare lo scrittore, ma alla Scuola Holden, fin dai risultati delle prime esercitazioni, ho capito che ero nato per fare cinema. Scrivere è un mestiere solitario, mentre invece un film è un’opera collettiva, è una festa, e solo nel cinema si possono raccontare i corpi come piace a me. Ritengo, infatti, che il corpo dell’attore sia il miglior modo per raggiungere la verità di una storia e fin dai primi corti ho cercato di metterlo in scena nel modo più diretto possibile. Ad esempio, l’ultimo mio corto, prodotto da Rai Cinema, è un racconto totalmente incentrato sul corpo e sulle emozioni. Parla di una coppia di anoressici che si ritira dal mondo, ma, così facendo, il loro amore dovrà scontrarsi con la loro ossessione una volta per tutte.

  • Per quanto al momento possa sembrare prematuro chiederlo, hai già altri progetti in cantiere?

Ahimè, magari fosse prematuro. Ho cinque sceneggiature pronte per essere girate, incentrate ognuna a suo modo sul corpo e sulle emozioni, storie dirette e reali che raccontano aspetti diversi di quella che per me è la nostra generazione. Una generazione che viene spazzata via ogni giorno, la cui unica lotta è dentro se stessa. Ma che merita di essere raccontata, perché è emozione pura e nessuno la sta raccontando perché non ci viene data la possibilità di farlo. Ed è per questo che ho deciso di girare Sex Cowboys contro tutte le difficoltà. Volevo dimostrare che, se si può far cinema con niente, le altre storie che ho scritto potranno diventare film ancora migliori di questo.

di Francesco Milo Cordeschi

Lascia un commento